INDICE

ANALISI INIZIALI:

PREMESSA.

SINTESI INTRODUTTIVA.

VALUTAZIONI: IL TERRITORIO DEL PARCO - L’INQUADRAMENTO TERRITORIALE.

L’ASSETTO FISICO, GEOMORFOLOGICO E NATURALISTICO.

ASSETTO STORICO/CULTURALE.

ANALISI PRELIMINARI – FINALITA’ METODOLOGICHE.

ASSETTO PRODUTTIVO.

ASSETTO SOCIO/ECONOMICO.

ASSETTO URBANISTICO ED INFRASTRUTTURALE.

PREMESSE PER UN PARCO.

GLI OBIETTIVI E IL QUADRO DI RIFERIMENTO.

VALUTAZIONI SINTETICHE.

LA FORMAZIONE DEL PIANO.

L’ARTICOLAZIONE DELLE ATTIVITA’.

IL RUOLO DELL’APPROCCIO PAESISTICO.

GLI "SBOCCHI "DEL PA.

SINTESI DEL PARCO.

LE UNITA’ DI PAESAGGIO.

FINALITA’, GOVERNO E STRUMENTI DEL PARCO.

LE STRATEGIE DEL PIANO.

STRATEGIA A: GESTIONE DEL PATRIMONIO NATURALE E CULTURALE.

STRATEGIA B: PER IL CONTROLLO DELLE ATTIVITA’ INCOMPATIBILI AD ALTO IMPATTO AMBIENTALE.

STRATEGIA C: PER LA VALORIZZAZIONE AGROFORESTALE.

STRATEGIA D: PER IL CONTROLLO DELL’URBANIZZAZIONE.

STRATEGIA E: PER L’ORGANIZZAZIONE E IL CONTROLLO DELLA FRUIZIONE.

MISURE DI TUTELA.

IL VINCOLO PAESAGGISTICO.

I VINCOLI PAESAGGISTICI DEI COLLI EUGANEI.

IL VINCOLO MONUMENTALE.

IL VINCOLO IDROGEOLOGICO.

I VINCOLI URBANISTICI.

MISURE DI PROMOZIONE.

PROGETTO "CINTURA VERDE".

ORGANIZZAZIONE DEI FLUSSI TURISTICI E PROBLEMI DEL TRAFFICO.

DA COS’E’ FATTO IL PA.

I PROGETTI COLLEGATI.

CARTOGRAFIA.

IL DISEGNO DEL PIANO.

PRE-PARCO, LE ZONE CONTINUE E LE ZONE LIMITROFE.

LA ZONIZZAZIONE.

LA STRUTTURA NORMATIVA DEL PA.

I CRITERI DI BASE.

INDIRIZZI PER UNITA’ DI PAESAGGIO.

INDIRIZZI PER PARTICOLARI CATEGORIE D’INTERVENTO, D’OPERE E DI RISORSE.

PROBLEMI DI COORDINAMENTO CON GLI STRUMENTI URBANISTICI- PROBLEMI DI CARATTERE GENERALE.

AREE PROBLEMA E TENDENZE CRITICHE.

PROGETTI PER IL PIANO DEI COLLI EUGANEI.

PROGETTI TEMATICI.

PROGETTI INTEGRATI.

PROGETTI DI INTERVENTO UNITARIO.

 

 

 

 

 

ANALISI INIZIALI.

PREMESSA.

La relazione illustra gli obiettivi, i criteri ed i contenuti relativi al PA del Parco dei Colli Euganei.

Esso è stato formato in base ai contenuti dell’articolo 9 della LR 16/8/1984 n. 40 e in base alla LR 10/10/1989, con la quale il parco è stato istituito.

Il processo che ha portato alla formazione nel PA ha avuto origine il 21/12/1990, attraverso la nomina, formalizzata nella primavera del 1991, dei consulenti incaricati di affiancare la Direzione, fra i quali, il Prof. R. Gambino, lo studio associato F.Thommaeset, il Prof. Tempesta e la lega Ambientale Regionale, per quanto riguarda gli apporti ambientalisti.

Il 28 Novembre 1991 il Consiglio dell’ente Parco, approvò il DPP, Documento Programmatico Preliminare, con il quale si fissarono e si predisposero i primi obiettivi.

Tra la fine del 1991 e il 1992 vennero invece predisposti i documenti definitivi.

Il 4 Dicembre1992 Il Consiglio dell’Ente, sulla base delle osservazioni e delle valutazioni presentate dalla proprie commissioni e dal comitato tecnico-scentifico, appositamente nominato, precisò ulteriormente le linee da osservare per l’elaborazione da tenere nella redazione del PA, sulla base anche dei contenuti della L 6/12/1991 n. 394, legge Quadro sulle aree protette.

A coordinare tutte le azioni fu nominato il Prof. Gambino.

Nel Giugno 1993, avvenne la presentazione della proposta preliminare agli organi direttivi e istituzionali del Parco, a cui seguirono le valutazioni e le discussioni degli organi tecnici e istituzionali dell’Ente.

Nel Dicembre 1993 deliberazione da parte del Consiglio, relativa ad una serie di precisazioni riguardanti la cartografia e la normativa, seguite alla metà del Gennaio 1994 da successive integrazioni.

Il Piano fu presentato nel Febbraio 1994, esponendo le richieste formulate dall’Ente.

Il PA fu adottato su delibera del Consiglio del parco il 6 Maggio 1994.

Dopo il periodo d’esposizione, la successiva raccolta delle osservazioni, la formulazione delle controdeduzioni, fu trasferito in Regione e sottoposto al parere della Commissione Tecnica regionale e poi inviato alla Commissione Consigliare Urbanistica.

Con delibera n.74 del 7 Ottobre 1998 fu Approvato.

 

SINTESI INTRODUTTIVA.

Come accade per la maggior parte dei parchi regionali europei, il PCE (Piano dei Colli Euganei) ha il duplice scopo istituzionale di tutelare e valorizzare l’ambiente e di sostenere lo sviluppo economico e sociale delle comunità locali.

Lo strumento attraverso il quale il PCE esplica le sue funzioni è Il Piano Ambientale (PA) – previsto sia dalle leggi regionali sia da quelle nazionali – con lo scopo di fronteggiare efficacemente i problemi concreti che si manifestano nel territorio del Parco.

Dalla legge nazionale, del 1971, con la quale si volle bloccare le attività estrattive, (attività che stavano erodendo il paesaggio euganeo), ad oggi, i problemi da risolvere sono rimasti molteplici, riguardando non più soltanto la chiusura di tali attività ed il loro recupero ambientale, ma anche la riqualificazione del patrimonio forestale (che proprio in questi ultimi decenni si è profondamente degradato) e il sostegno delle attività agricole, da cui dipendono gli equilibri ecologici, la ricchezza e la singolarità del paesaggio euganeo. Accanto a tali questioni, si sommano quelle relative al controllo dei processi d’urbanizzazione che, per i caratteri peculiari del modello "diffuso" nella pianura veneta, assediano ormai l’area dei Colli, a tal punto da sgretolarne il rapporto col territorio circostante, producendo tensioni che si ripercuotono su tutto il Parco.

Tra queste problematiche vi è la necessità di inserire le attività turistiche, interne ed esterne al Parco stesso, che se da un lato rispondono a finalità irrinunciabili di pubblica fruizione e di promozione dello sviluppo economico locale, dall’altro rappresentano la fonte maggiore delle pressioni e delle minacce che investono le risorse e le condizioni ambientali.

A fronte di tali problemi, le scelte del PA si caratterizzano per alcuni aspetti peculiari:

Un primo aspetto riguarda lo spostamento d’attenzione da quello che è definito il "cuore" del Parco alla sua "periferia". E’ infatti, nella fascia periferica, interna ed esterna ai confini fissati dalla legge istitutiva, che si manifestano i principali problemi, i conflitti e le incompatibilità che occorre affrontare per assicurare effettivamente la salvaguardia del comprensorio e del suo stesso cuore; ed è d’altra parte, in questa stessa fascia che si profilano le maggiori opportunità per promuoverne la valorizzazione e la corretta utilizzazione delle risorse. Tale spostamento d’attenzione corrisponde ad un orientamento che si è andato consolidando nella gestione di molti parchi europei, ma trova, nel caso dei Colli Euganei, particolari motivazioni.

Riflette infatti la peculiare "insularità" del sistema euganeo ("isola" morfologicamente singolare) strettamente legato al paesaggio, all’ambiente, alla storia e alla cultura della piana. Non a caso è proprio nella fascia pedecollinare, che il PA può orientare le sue proposte fondamentali, in particolare per:

L’importanza che il PA assegna alla fascia periferica, interna ed esterna ai confini fissati dalla legge istitutiva, ha tre importanti conseguenze:

a) l’estensione del disegno del Piano assai al di fuori di tali confini, in stretta interazione con le previsioni dei Piani Regolatori; tale estensione (coerente con la legge istitutiva, che prevede che il PA detti indirizzi di pianificazione per le zone limitrofe al Parco ai fini della tutela ambientale) tende anche ad assicurare omogeneità tra zone esterne ed interne, eliminando il problema dei confini;

b) le proposte d’ampliamento del Parco (che il PA può avanzare, secondo la legge istitutiva), volte ad includere aree di bordo che sono parte integrante del sistema euganeo sotto il profilo paesistico, ecologico, funzionale, storico e culturale, per assicurarne 1’unita di gestione;

c) le proposte di istituzione di "zone contigue" o di Pre-Parco, secondo quanto previsto dalle leggi regionali e nazionali, al duplice scopo di assicurare, all’esterno del Parco, un insieme organico di misure di protezione, e l’estendere a tali zone dei benefici economici di sostegno, previsti dalle misure comunitarie e regionali.

Un secondo aspetto fondamentale del PA riguarda 1’importanza assegnata al paesaggio. Anche questo aspetto trova specifiche motivazioni nei caratteri del Parco: non solo per 1’evidente eccezionalità del paesaggio sotto il profilo visivo, ma ancor più per la peculiare fusione di fattori naturali e culturali nella costruzione e nel funzionamento dei sistemi ambientali che il Piano si propone di difendere.

La fusione di tali elementi fa sì che il paesaggio euganeo sia nel suo insieme, un ambito largamente "edificato" dall’opera dell’uomo, attraverso l’organizzazione territoriale dei percorsi e degli insediamenti, nelle pratiche agricole e forestali, nelle bonifiche e nella gestione delle acque.

Da qui 1’importanza dello studio e della tutela del paesaggio euganeo per una considerazione unitaria dei diversi fattori, naturali e culturali, che vi si riflettono. Ma di qui anche la necessità di una concezione del paesaggio che non si limiti soltanto a coglierne gli aspetti immediatamente visibili od apprezzabili esteticamente, ma che al contrario, siano in grado di far emergere la struttura storica del territorio, in tutte le sue articolazioni ed anche nei suoi esiti meno visibili o latenti. E’ su tale concezione - che sta faticosamente consolidandosi anche nel dibattito scientifico e culturale apertosi in Italia dopo 1’entrata in vigore della cosiddetta Legge Galasso nel 1985- che si basa la valutazione del paesaggio come un ruolo centrale nell’elaborazione del PA, dalla fase analitica alla fase propriamente propositiva. Come conseguenza di ciò, grande importanza assume nel PA, anche ai fini normativi, il riconoscimento e la valorizzazione delle "unita di paesaggio", o in altri termini delle differenziazioni del territorio euganeo. Queste "unita" sono intese come ambiti territoriali caratterizzati da sistemi di relazioni economiche e visive, spesso assai eterogenee (boschi, vigneti, prati, versanti terrazzati, calti, "vegri", insediamenti, ecc.) che, nel loro insieme, conferiscono una precisa fisionomia ed una riconoscibile identità.

Si tratta quindi di una "divisione territoriale" diversa da quella prevista dalla legge istitutiva, che prevedeva "zone" a diverso regime di salvaguardia (zone di riserva naturale, zone di protezione agro-silvo-pastorale, zone di promozione agricola, zone di urbanizzazione controllata), e che fonda le proprie argomentazioni sull’omogeneità delle componenti e delle situazioni ambientali, in cui 1’articolazione in "unita di paesaggio" (sono state riconosciute 26 unita, significative ai fini del PA) permette di cogliere componenti diverse, altrimenti ignorate.

Un terzo aspetto fondamentale del PA è dato dal tentativo di spostare 1’asse della tutela ambientale dai vincoli alla gestione attiva. Si tratta, anche in questo caso, di uno spostamento ormai riscontrabile in gran parte degli orientamenti emergenti a livello europeo, ma che trova nel caso del PCE più specifiche motivazioni.

Esse nascono anzitutto dal carattere composito del Parco, che va oltre la nozione di "parco naturale" pur presentando ambiti di eccezionale valore naturalistico, essendo diffusamente interessato da una molteplicità di attività e di interessi. Fra questi, importanza decisiva va attribuita alle attività agroforestali, ai fini del miglioramento delle condizioni ambientali e della conservazione del paesaggio. Se si tiene conto della necessità di compensare il ruolo ambientale di tali attività, considerando la scarsa efficacia dei vincoli e delle limitazioni normative ai fini del mantenimento della pratica tradizionale risulta evidente 1’esigenza di politiche alternative basate soprattutto sulle misure di sostegno di fonte comunitaria o regionale, sugli interventi volti al miglioramento dei servizi e delle infrastrutture (comprese le bonifiche ed i programmi di potenziamento delle reti irrigue), sull’integrazione dei redditi agricoli con lo sviluppo de11’agriturismo e di attività connesse alla manutenzione e alla fruizione del Parco. Sebbene le politiche di promozione agricola dipendano largamente da decisioni ed iniziative di livello regionale o comunitario, il PA può orientarne le applicazioni, stimolare e coordinare le azioni dei diversi Enti operanti nel settore ed individuare le sedi tecniche per fornire servizi di aiuto ed assistenza ai coltivatori interessati.

Analogamente, nei confronti del turismo, il PA delinea politiche di diversificazione ed arricchimento dell’offerta "totale", volte anche a contrastare i fattori di crisi da qualche tempo in atto nel comparto termale.

Ma vi è un’altra ragione, oltre al carattere composito del territorio euganeo, che spinge a proporre politiche attive d’intervento e non semplici misure di vincolo. Va, infatti, ricordato che si tratta di un territorio densamente alterato e manomesso, sia all’interno (a causa delle attività estrattive e del degrado boschivo) sia ai suoi bordi (a causa dell’urbanizzazione diffusa, che ha saturato e, non di rado, smantellato lo spazio rurale) un territorio che presenta dei problemi di risanamento, recupero e riqualificazione. Ciò richiede politiche attive d’intervento, riferite alle diverse situazioni critiche, attraverso la rimarginazione di ferite inferte all’ambiente naturale con interventi di risarcimento e di rinaturalizzazione (come in molte cave dismesse). In questo contesto, anche la difesa del patrimonio naturale del Parco non può ridursi alla conservazione delle zone e degli habitat maggiormente integri, ma deve proporsi un miglioramento complessivo degli ecosistemi euganei. Un passo importante in questa direzione (in armonia con gli orientamenti che maturano a scala europea) consiste nella ricostituzione di una "rete ecologica" in grado di connettere, con opportuni "corridoi ecologici" (formati dai calti e dai canali, dalle siepi, dalle alberate e dalle macchie boschive o da aree non troppo intensamente coltivate), le zone e gli habitat di maggior valore naturalistico attuale o potenziale. E’ evidente che, dati i legami dei Colli con la piana, la rete ecologica non può essere confinata all’interno del Parco, ma deve protendersi fino ad arrivare ai sistemi di maggior valore naturale del contesto, come le grandi fasce fluviali.

Un quarto aspetto del PA, che risulta quasi una necessità, riguarda il suo rapporto di dialogo e d’interazione coi piani locali. E’, infatti, evidente che politiche attive, di tutela, non confinate all’interno del Parco ma al contrario risolutamente proiettate sulle fasce di frontiera, non possono essere praticate unilateralmente dall’Ente Parco ma devono fondarsi sulla concertazione e sulle intese con altri soggetti, in primo luogo i Comuni, la Provincia e i Consorzi di bonifica. La maggior parte delle azioni positive previste dal PA richiedono accordi e collaborazioni con gli enti locali. Questa esigenza va molto al di la di quanto veniva previsto dalla legge istitutiva, che lascia ai piani locali la disciplina delle zone d’urbanizzazione controllata, poiché riguarda anche aree e risorse che escono da tali zone. Questa esigenza tocca dunque in profondità, nel merito e nel metodo, le scelte del PA. Nel merito, perché le scelte del PA- soprattutto per le aree di bordo e per le zone urbanizzate – non possono prescindere dalle attese e dagli interessi espressi dalle comunità locali coi propri strumenti urbanistici, nel metodo, perché le indicazioni del PA devono porsi in rapporto di dialogo e d’interazione con quelle espresse o esprimibili dalla pianificazione locale. Per aprirsi ad un dialogo fecondo coi comuni, ma anche per tradursi in qualcosa di concreto, questi devono esprimersi in forma d’indirizzi, che spetta poi ai piani locali o ai progetti d’attuazione tradurre in più precise linee operative. E’ evidente che ciò comporta un tentativo di profondo rinnovamento dell’intera struttura normativa del PA, secondo una linea, peraltro, largamente sollecitata dal dibattito contemporaneo.

Gli aspetti fondamentali del PA, sopra citati, caratterizzano le strategie di gestione proposte, che possono riassumersi, in un insieme "integrato" di politiche di gestione, che consentono, congiuntamente: di conservare e, ove occorre, riqualificare il patrimonio di risorse, eliminando o contenendo i fattori di degrado; contemporaneamente far conoscere, apprezzare ed utilizzare socialmente tale patrimonio, in modo da produrre, da un lato, benefici economici e sociali per le popolazioni locali, dall’altro, effetti di sovraccarico e pressioni indesiderabili sulle risorse e sull’ambiente.

A tal fine il PA delinea cinque principali strategie:

A) per la gestione del patrimonio naturale e culturale;

B) per il controllo delle attività incompatibili;

C) per la valorizzazione agroforestale;

D) per il controllo dell’urbanizzazione;

E) per 1’organizzazione e il controllo della fruizione.

Ciascuna di tali strategie trova espressione negli elaborati del PA, composti (come prescrive la legge istitutiva) da:

  1. analisi valutative, articolate in cinque principali aree tematiche, relative a:
  2. a1, assetto naturalistico-ambientale;

    a2, assetto storico-culturale;

    a3, assetto produttivo;

    a4, assetto socioeconomico;

    a5, assetto urbanistico e infrastrutturale;

  3. relazione illustrativa degli obbiettivi, dei criteri, dei caratteri e dei problemi del territorio in esame, delle motivazioni e dei contenuti del PA;
  4. rappresentazioni grafiche: c1, in scala 1/50000 c2, in scala 1/20.000 c3, in scala 1/10000
  5. norme d’attuazione;
  6. programma finanziario di massima, con relative priorità.

Con riferimento ai due elaborati di più diretta efficacia operativa (le tavole di piano e 1e norme d’attuazione), la struttura del PA e scomposta in tre parti principali.

Una prima parte (quella che tradizionalmente occupa il posto principale nei piani dei parchi) concerne 1’articolazione della disciplina del PA per parti differenziate di territorio. Come prevede la legge istitutiva, occorre a questo riguardo far riferimento in primo luogo ai tipi di zona: RN, di riserva naturale; RNI, di riserva naturale integrale ( 0,3% della superficie territoriale del Parco) e RNO, di riserva naturale orientata (15,7%); PR, di protezione agro-silvo-pastorale (30%); PA, di promozione agricola (44%); UC, di urbanizzazione controllata (10%).

Per ogni tipo di zona il PA specifica le norme già stabilite dalla legge istitutiva, senza particolari innovazioni. Del tutto innovativa e invece la normativa introdotta dal PA con riferimento alle 26 "unita di paesaggio" che, come già detto, intersecano liberamente i confini delle suddette zone. Per ciascuna di esse, un’apposita scheda indica gli elementi fondamentali costituenti, il sistema di relazioni che la caratterizza, il tipo e la qualità delle relazioni stesse. Inoltre, per le ragioni sopra dette, il PA detta indirizzi per la pianificazione urbanistica e territoriale delle zone limitrofe al Parco, coerenti con la disciplina proposta al suo interno, ai fini di una opportuna estensione della tutela ambientale e paesistica.

Una seconda parte riguarda 1’articolazione del PA per settori d’attività o d’intervento. Seguendo le indicazioni della legge istitutiva il Piano considera e regola (facendo all’occorrenza riferimento al Regolamento del Parco e/o ai Progetti ed ai Programmi attuativi):

1) le attività incompatibili o ad alto impatto ambientale

2) le cave e le attività estrattive

3) le acque superficiali e sorgive

4) gli elementi e i sistemi d’interesse naturalistico

5) i boschi e la gestione forestale

6) le attività e gli insediamenti agricoli

7) le attività e gli insediamenti urbani

8) la viabilità, i parcheggi e i trasporti

9) i servizi e le attrezzature per gli usi del Parco

11) le aree, le reti e gli impianti tecnologici

12) i centri storici e gli insediamenti sparsi d’interesse storico-culturale

13) i beni di specifico interesse storico, culturale, artistico, archeologico o documentario

14) le aree di specifico interesse paesistico.

Per ciascuno di tali settori le norme del PA, con gli opportuni riscontri sulle tavole grafiche, dettano prescrizioni, od indirizzi, da applicare in sede di pianificazione o progettazione attuattiva.

La terza parte del PA concerne i progetti d’attuazione. E’ evidente che quanto detto sopra richiama la dimensione "progettuale" del PA, che individua le principali strategie di sviluppo e di valorizzazione dell’area, attraverso i progetti e i programmi d’attuazione, essendo particolarmente complessa la realtà sulla quale il piano dovrà produrre i suoi effetti appunto con l’utilizzo di approfondimenti progettuali per temi o per località, comunque gestiti nell’ambito dei Programmi Biennali d’attuazione, previsti dalla stessa legge istitutiva.

Il PA prevede, e fissa i termini di riferimento (obbiettivi, problemi, condizioni e vincoli, contenuti da sviluppare, soggetti e risorse da individuare) per i seguenti Progetti tematici d’attuazione:

cave, con le modalità di chiusura delle attività estrattive, con la prosecuzione delle sole attività ammesse, il recupero ambientale dei siti dismessi e le riconversioni d’uso previste;

antenne, con la rilocalizzazione ed il raggruppamento degli impianti d’emissione radiotelevisiva in tre soli siti, e le misure di mitigazione degli impatti ambientali e sanitari;

agricoltura, concernente la valorizzazione delle attività e delle risorse agricole, con particolare riguardo per le misure di sostegno di fonte comunitaria e regionale;

agriturismo, concernente la valorizzazione e la qualificazione delle attività agrituristiche all’interno del Parco;

boschi, concernente la conservazione e la qualificazione del patrimonio boschivo, con modelli di gestione articolatamente riferiti alle tipologie forestali;

flora e fauna, riguardante la conservazione attiva delle specie animali, erbacee e arbustive, la formazione di una rete ecologica connettiva e le misure per un’appropriata fruizione naturalistica;

animazione, con la promozione e la qualificazione della fruizione didattica, scientifica, culturale, turistica e ricreativa del Parco, nonché le strutture funzionali ed organizzative utilizzabili a tal fine;

percorsi, attraverso 1’organizzazione dell’accessibilità e della percorribilità del Parco, con particolare riferimento alle vie d’acqua, ai percorsi escursionistici ciclopedonali, al circuito veicolare pedecollinare, ed ai trasporti pubblici;

centri storici ed edilizia rurale, con la conservazione e la valorizzazione del patrimonio insediativo storico, con particolare riferimento ai centri storici, ai nuclei rurali ed alla struttura insediativa rurale diffusa;

ville, concernente la conservazione e la valorizzazione del sistema delle "ville venete" del Parco e delle zone limitrofe;

museo, concernente la formazione di un sistema museale aperto, comprendente i musei esistenti e quelli da costituire, nonché altri centri di documentazione tematici, ivi compresi gli Orti Botanici e il vivaio foresta1e didattico.

I Progetti integrati, si riferiscono a sei ambiti nei quali, per la dimensione, la rilevanza e la complessità delle previste operazioni di trasformazione, si rende necessaria la progettazione integrata delle azioni competenti a soggetti e a settori diversi, e delle possibili forme di concertazione operativa, anche con riferimento a quanto previsto nell’ambito di diversi progetti tematici:

  1. il restauro di Villa Lugli (Treponti), anche in relazione alla formazione di una "Porta del Parco";
  2. la ricomposizione della piana tra Abano e Montegrotto, per formare uno dei due "Atrii del Parco", con la creazione di un parco urbano con ampi specchi d’acqua prolungato sui Monti S. Daniele e Castello, il restauro di Villa Draghi ed il recupero delle cave di Valdimandria, il riordino della viabilità;
  3. la risistemazione dell’area d’accesso al Catajo in quanto "Porta del Parco", con la riqualificazione dei connessi nodi d’acqua e di terra (Battaglia);
  4. il recupero della Cava Costa (Arquà Petrarca) con servizi ed attrezzature per la fruizione del Parco;
  5. la valorizzazione della Rocca di Monselice, anche in funzione della prevista "Porta del Parco", col restauro di Ca’ Fermo, il recupero della Cava e della ex-fornace sul Bisatto;
  6. la formazione dell’altro "Atrio del Parco" ad Este, con la rivitalizzazione del centro storico, la valorizzazione della Via Augustea (parco archeologico), la realizzazione di una "Porta" alla Rocca di Ponte della Torre e del parco urbano di Ca Borin.

I Progetti d’intervento unitario, si sviluppano in diciassette ambiti minori nei quali è opportuno che gli interventi fattibili siano preventivamente inquadrati in progetti unitari, onde evitare sprechi di risorse od effetti indesiderati.

 
 

Fig. 1 Inquadramento regionale

 
 

Fig. 2 Piano Ambientale

 
 

Fig. 3 Progetti integrati

 

VALUTAZIONI: IL TERRITORIO DEL PARCO.

L’INQUADRAMENTO TERRITORIALE.

Nel panorama regionale e padano, i Colli Euganei si presentano caratterizzati da una duplice peculiare "insularità". Alla singolarità geomorfologica, nitidamente fissata nell’iconografia storica, si associa l’integrità di una riserva naturale quasi miracolosamente risparmiata dai processi d’urbanizzazione diffusa che hanno ormai saldato, in un’unica realtà "metropolitana", 1’articolato sistema insediativo della Padania orientale. Ma, come il contrasto geomorfologico cela la densità dei rapporti ecologici ed ambientali che legano i Colli alla piana, cosi il significato e le prospettive di sopravvivenza della "naturalità" del sistema Euganeo (dunque dello stesso Parco istituito) non possono essere adeguatamente colti se non in rapporto ai processi d’urbanizzazione della pianura ed alle dinamiche economiche, sociali e culturali che li hanno alimentati. Tale integrazione é infatti molto più profonda di quella che discende dall’intensità delle pressioni e delle "invasioni" che il contesto urbanizzato esercita sul sistema collinare, per semplice contiguità. Sia storicamente che nell’attuale assetto dell’area euganea, sono leggibili con maggiore chiarezza, legami e complementarità discontinue, con altre aree, non riscontrabili fisicamente sul territorio se non per specifici aspetti: connessioni visive, presenze "a collana" o "a costellazione" di testimonianze storiche, disegno di un’armatura territoriale di infrastrutture stradali importanti, pratica abituale di fruizioni turistiche secondo ’catene di mete’.

Questi legami inducono a guardare il territorio euganeo come una "rete di risorse complementari": rete che presenta nodi assai diversamente caratterizzati da aste di connessione più o meno fungibili e qualificate. Il ruolo della rete é in parte latente, essendo spesso carenti o poco leggibili le connessioni, e spesso poco valorizzate le identità dei nodi, vale a dire dei luoghi, diversamente caratterizzati, che costituiscono il parco e i suoi dintorni. Tuttavia una interpretazione dell’area dei Colli orientata al progetto non può che porre 1’accento sull’ambivalenza de1 territorio euganeo, implicita in ogni sistema reticolare: da una parte un’"insularità" caratterizzata e individualizzante, dall’altra una "connettività" ben superiore a quella che appare da una lettura degli aspetti di contiguità fisica presenti sul territorio.

I caratteri della "insularità", di specifico interesse per il PA, sono quelli noti:

a. la straordinaria situazione geomorfologica, compresi i fenomeni di termalismo;

b.1’immagine fruibile dall’esterno, che presenta i Colli come un grande oggetto posato sulla pianura, accessibile con modalità che rendono la dinamica percettiva molto simile a quella di un approdo ad un’isola;

c. la marginalità storica e geografica, legata alla geomorfologia, che ha favorito il mantenimento di modelli insediativi coerenti coi caratteri naturali e 1’integrità di ecosistemi relativamente rari;

d. la presenza delle risorse termali, che ha spinto, soprattutto negli ultimi decenni, su percorsi peculiari di sviluppo.

Alla "connettività" reticolare si possono ricondurre alcune situazioni poco valorizzate ma particolarmente interessanti per orientare il progetto.

I Colli (Monti Berici) costituiscono un episodio di una costellazione di aree di buona naturalità, connesse o connettibili in una rete ancora recuperabile (che vede i Monti Berici, le grandi zone umide costiere, le fasce fluviali come tessuto connettivo di un sistema pervasivamente diramato nella campagna urbanizzata); i Colli sono attorniati da una tripla rete di infrastrutture idrauliche, connesse storicamente con tutta la pianura sino al mare: un sistema di canali navigabili (a loro volta aste di connessione del sistema storico delle ville e dei centri di estrazione dei materiali con le città); un sistema di scoli delle bonifiche, storicamente organizzato per consorzi, oggi riuniti (20 nel Veneto di cui 3 che interessano per lembi i Colli), segno forte della pianura e struttura portante dell’insediamento (e oggi anche potenziale infrastruttura ecologica); una rete di irrigazione, in fase di potenziamento da punti di carico in area vicentina, che si sovrappone e connette con quella di bonifica, la struttura storica dell’insediamento dei Colli, appoggiata ad un doppio reticolo di infrastrutture, uno che converge a nord-est, verso Padova e Venezia, l’altro verso sud, sulla tangenziale meridionale ove si colloca un sistema di centri storicamente di grande importanza (la "bassa padovana" da Monselice a Este a Montagnana) che bilancia da sempre il polo di Padova (il versante occidentale é sempre stato più difeso che aperto alle relazioni con l’area dei Berici, quindi si trova all’interno di un sistema trasversale di castelli a barriera piuttosto che all’interno di una rete di connessioni).

Recentemente lo sviluppo della conurbazione padovana si prolunga in bracci importanti, dai quali parte un reticolo di filamenti che penetrano nel sistema dei Colli: uno raggiunge ormai 1’asse Monselice-Montagnana, attraverso il continuo urbanizzato dell’area termale e una serie di infrastrutture viabilistiche, l’altro, lungo la destra del Bacchiglione, produce una urbanizzazione a nastro, su cui insistono ormai senza soluzione di continuità attività artigianali e insediamenti (con penetrazioni nei comuni di Rovolon, di Cervarese, di Teolo); il patrimonio culturale si articola in sistemi (il sistema dei castelli, il sistema delle ville, il sistema degli insediamenti conventuali) non certo limitati all’ambito euganeo, ma parte di un più vasto e complesso territorio storico.

I caratteri del quadro territoriale in cui si colloca il Parco risentono quindi della tensione sopra descritta: da una parte l’"insularita", che porta a considerare aree di bordo come necessariamente comprese nel territorio di pertinenza dei Colli; dall’altra la "reticolarità", che porta a leggere le relazioni territoriali indipendentemente dai confini e dalle identità locali.

Il PA non può prescindere da questa tensione poiché: l’indagine sulla situazione urbanistica nelle aree di bordo del parco ha messo in luce la necessità assoluta di affrontare i problemi interni con quelli delle zone limitrofe, sia per tutelare (come vuole la legge istitutiva) l’immagine e l’identità del Parco, sia per garantire efficaci basi allo sviluppo socioeconomico del territorio protetto; le prospettive di valorizzazione della fruizione si affidano necessariamente ai sistemi dei percorsi, delle ville, dei musei e delle mete naturalistiche, appoggiandosi alle reti infrastrutturali storiche come ad esempio le vie d’acqua e ai centri turistici di bordo (soprattutto Este ed Abano).

Perciò le valutazioni sul territorio e il progetto stesso escono inevitabilmente dai confini del parco, investendo 1’organizzazione territoriale dei sistemi d’accesso e di fruizione, le trasformazioni, soprattutto urbanizzative, delle aree di bordo, il complesso sistema di relazioni ecologiche, visive, storiche e funzionali che lega i Colli, alla pianura e centri urbani.

 
 

Fig. 4 Inquadramento territoriale

 

L’ASSETTO FISICO, GEOMORFOLOGICO E NATURALISTICO.

Entrambe le grandi componenti dell’assetto fisico del territorio euganeo presentano caratteri determinanti per tutti gli altri assetti: il sistema collinare, formato da un complesso geologico di rocce sedimentarie calcaree sollevate ed interrotte da intrusioni vulcaniche (che provocano le forme a cono ripido più caratterizzanti); il sistema della pianura, che lambisce i Colli con una serie di valli naturalmente paludose, sede di manifestazioni idrotermali di complessa origine, sfruttate sin dall’antichità.

Per il sistema collinare, la singolarità geologica è alla base non soltanto della peculiarità d’immagine e di connotazione ambientale, ma anche degli interessi scientifici del Parco e dei principali problemi che vi si debbono affrontare.

La parte di origine vulcanica, più nota, che quella sedimentaria dell’area collinare, presenta aspetti di specifico interesse, scientifico, anche per la varietà dei fenomeni osservabili, concentrati in un ambito territoriale di limitata estensione (circa 100 Kmq): la prima per le configurazioni magmatiche affioranti o esposte dalle attività di cava, la seconda per i reperti fossili di interesse paleontologico.

I Colli Euganei sono costituiti da uniche formazioni rocciose di un vasto comprensorio territoriale, che si estende alle province di Padova, Venezia, Rovigo, Ferrara e Mantova, ad essi legate per la produzione anche in epoca romana di materiali lapidei, alcuni dei quali, con buone caratteristiche tecnologiche, hanno un’area di mercato notevole, mentre per altri (in particolare i calcari e le marne) si è sviluppato un settore industriale di trasformazione che, con le cementerie, ha assunto dimensioni di rilievo regionale.

Quindi l’attività estrattiva, risorsa storica dell’economia locale, ha negli ultimi cinquant’anni conosciuto uno sviluppo tale da alterare gravemente non solo il paesaggio ma anche, e più generalmente, l’assetto idrogeologico e ambientale: innescando o aggravando i fenomeni di instabilità strutturale dei versanti con danni a manufatti ed infrastrutture, modificando i deflussi delle acque superficiali e sotterranee e determinando rischi crescenti di interferenza con lo stesso fenomeno del termalismo (essendo quest’ultimo legato, secondo le più recenti interpretazioni a meccanismi di miscelazione delle acque calde di risalita con quelle di falda). E’ in relazione alle alterazioni e ai rischi prodotti dall’attività estrattiva che si collocano le politiche di tutela dei Colli, dalla L.1097/71 (che stabiliva un primo decisivo freno a tali attività) fino alla stessa istituzione del Parco nel 1994.

Non meno rilevanti sono i problemi idrogeologici per le aree piane ai piedi dei Colli, fra questi il problema storico del drenaggio delle acque, anche indipendentemente dagli obiettivi di sviluppo agricolo, richiede un impegno costante, per mantenere in efficienza un sistema complesso di gestione delle acque, senza il quale buona parte delle piane interne (compresa quella in cui sono situati Abano e Montegrotto), sarebbero paludi inagibili.

D’altra parte 1’attuale assetto della pianura, ad intenso utilizzo agricolo e in qualche parte urbanizzato, e frutto di bonifiche secolari: dai primi interventi medioevali localizzati, a quelli sei-settecenteschi, in concomitanza alla creazione del grande sistema di gestione delle acque in tutto il territorio veneto, sino al molto più recente intervento strutturale della prima meta del ’900, che ha disegnato 1’attuale geometria di drenaggi e degli scoli che viene continuamente mantenuta dai Consorzi di Bonifica.

Analogamente a quanto accaduto per le attività estrattive, lo storico sfruttamento delle acque termali ha assunto notevoli incrementi fino a questi ultimi anni. Anche in questo caso, ai rilevanti benefici economici indotti da tale attività, soprattutto in rapporto al sistema ricettivo connesso, si sono accompagnati effetti negativi che si manifestano, oltre che nell’esaurimento delle fonti tradizionali (sorgenti e pozzi poco profondi), anche in fenomeni di subsidenza del suolo, nelle aree a maggiore sfruttamento, che determinano problemi di stabilità di opere e di manufatti, ma soprattutto espongono a rischi idraulici estese parti del territorio, in qualche caso sconsideratamente urbanizzate. Con la LR 31/1975 sono state regolamentate le modalità di sfruttamento e si sono poste le basi di un certo rispetto della risorsa e dell’ambiente interessato.

Particolare attenzione meritano poi, nell’ottica del PA, le situazioni di dissesto idrogeologico, in atto o potenziale, che si innescano in un territorio cosi complesso e orograficamente tormentato. Una valutazione delle potenziali attitudini al dissesto (sulla base di elementi litologici, geomorfologici e del rilievo di dissesti in atto), porta in evidenza quanto sia diffusa, anche se frammentata, la situazione di rischio grave o di frana in atto, lungo i versanti collinari; inoltre mostra 1’estensione dominante delle aree con falda affiorante o con fenomeni a forte rischio di subsidenza. Pur in carenza di studi appropriati (quali quelli che il PA propone di sviluppare) si può delineare un territorio per larga parte non utilizzabile ai fini insediativi (se non con costi e rischi elevati), con un’esigenza di manutenzione continua per mantenerlo in uso all’agricoltura e una serie di fragilità i troppe volte trascurate.

Se dalle componenti abiotiche lo sguardo si allarga a quelle biotiche, importanza centrale assume, nell’ottica del PA, la valutazione della qualità e dello stato di conservazione degli ecosistemi presenti. Essa ha preso le mosse dal riconoscimento di ambiti territoriali in sufficienti condizioni di naturalità, ovvero contraddistinti da discreti livelli di equilibrio fra le diverse componenti biotiche e abiotiche, buone attitudini a mantenersi come centri di diversità biologica e complessità genetica, la

presenza diffusa di habitat per il recupero di nicchie ecologiche da tempo messe a rischio, concrete possibilità di applicare appropriate tecniche di riqualificazione dell’ambiente, capaci di ricondurre le strutture verso assetti stabili.

Tali criteri valutativi si sono sviluppati in tre passaggi:

a) di definizione dei caratteri originari dell’ambiente euganeo,

b) di scomposizione dell’assetto attuale attraverso 1’individuazione di sistemi

"naturali" e la loro classificazione per "livello di naturalità" posseduto;

c) di ricomposizione dei sistemi in un "assetto di piano" finalizzato alla delimitazione di unità omogenee dal punto di vista gestionale, su cui applicare appropriate strategie di tutela e di recupero, promuovendo usi ecocompatibili.

Gli studi per il Piano provinciale collocano 1’area dei Colli tra quei "relitti" ecologici ormai molto rari che devono essere conservati per i loro cicli relativamente integri, soprattutto se si considera la possibilità di collegarli con le zone di pianura bonificata a ridosso dei declivi riconosciute come aree con graduata potenzialità di recupero turistica. Negli ecosistemi dell’area dei Colli si sono determinate in tempi recenti profonde modificazioni nelle distribuzioni e composizioni della vegetazione: ad un periodo, durato quasi duemila anni e conclusosi agli inizi del nostro secolo, ve ne è succeduto uno dagli effetti devastanti, le cui principali cause possono essere riconducibili ad una serie di attività:

  1. l’industrializzazione e 1’urbanizzazione, che hanno determinato l’espansione dei centri urbani e la costituzione di nuovi insediamenti industriali a scapito anche di aree agricole o di zone con vegetazione naturale di notevole pregio;
  2. le cave di materiale roccioso, con la conseguente erosione d’interi versanti o addirittura d’interi rilievi,
  3. i disboscamenti per sostituire, nelle zone nominate, 1’attività selvicolturale con quella più redditizia del vigneto;
  4. i rimboschimenti spesso eseguiti impiegando provenienze estranee alla flora locale – come conifere o latifoglie, esotiche – o le piantagioni monospecifiche, anche nelle aree a più elevato valore naturalistico;
  5. i decespugliamenti delle siepi e dei filari, un tempo elementi lineari tipici dei bordi delle coltivazioni agrarie;
  6. la raccolta di piante rare per scopi commerciali e vivaistici
  7. la pressante diffusione di malattie dovute a stati di stress della vegetazione, che ha perso nel tempo le sue capacità e tante altre attività di questo tipo.

Le indagini di Piano volte alla catalogazione degli ambiti naturalistici superstiti, all’inquadramento degli ecosistemi e alla definizione del loro livello di equilibrio, evidenziano un territorio fortemente deviato dal suo assetto naturale.

Le principali cause del fenomeno sono legate ad una cattiva gestione del patrimonio forestale: tagli irrazionali e intensi, assenza di cure colturali e ripuliture, depauperamento genetico e, non per ultimi, gli incendi. Tutte azioni che, determinando un eccessivo inaridimento delle condizioni.

In conclusione delle indagini si sono valutati sinteticamente i due attributi degli ecosistemi essenziali per il progetto: la potenzialità e la fruibi1ità. La prima viene intesa come attitudine del sistema a riprodurre nel tempo quei fattori che la caratterizzano, la seconda come capacità dello stesso a mantenere costanti – in quantità e qualità – i beni e i servizi prodotti. Un tema a parte riguarda gli aspetti di interesse naturalistico nelle aree più antropizzate dall’attività agricola o dagli insediamenti. In termini di superficie le aree coltivate rappresentano la forma di uso dei suoli prevalente, con vigneti (3250 ha nella parte collinare) e seminativi. Si tratta, nel caso della viticoltura, di coltivazioni tipiche del paesaggio collinare, meno i seminativi.

Tralasciando gli aspetti economico-produttivi, é importante evidenziare dal punto di vista naturalistico le profonde modificazioni subite dal territorio agricolo euganeo non solo nei caratteri del paesaggio, ma anche e soprattutto in quelli strutturali perdita di sostanza organica nei suoli, impoverimento nutritivo, decapitazione del profilo, abbassamento delle falde, sono soltanto alcuni dei fattori che obbligano, a coltivare con apporti di energia sempre maggiori. Inoltre sono scomparsi alcuni caratteri di impianto tipici della struttura fondiaria tradizionale. Tali segmentazioni del territorio agricolo costituiscono il reticolo su cui si appoggiano i corridoi ecologici più efficienti per garantire una diffusione delle specie di maggiore naturalità e la loro decadenza può comportare un ulteriore danno, molto grave anche se indiretto all’assetto naturalistico complessivo.

 

 
 

Fig. 5 Propensione al dissesto e pericolosità.

 
 

Fig. 6 Tipologie forestali

 
 

Fig. 7 Ambiti naturalistici

 
 

Fig. 8 Usi del suolo

 

ASSETTO STORICO, CULTURALE E PAESISTICO.

I Colli Euganei, rappresentano un territorio particolare che mette in evidenza la presenza di sedimenti che si susseguono nel tempo nonostante l’area sia stata per molto tempo circondata da paludi.

Il sistema comprende strutture storiche e testimonianze di almeno 2 mila anni di storia concentrati in pochi Km, comprendenti sistemi di beni architettonici di inestimabile valore.

L’Archeologia preistorica, ci presenta, attraverso una notevole quantità di insediamenti dispersi su tutto il territorio collinare, l’importanza dei colli, come di un sito riparato entro il quale hanno trovato sviluppo un sistema di strutture modeste, ma costanti in tutto l’ambito.

La casualità dei ritrovamenti e la loro estensione fa supporre in realtà che il patrimonio, andasse ben oltre quelle che sono i miseri resti emergenti.

Per quanto concerne l’età storica più recente, i ritrovamenti permettono di identificare insediamenti urbani importanti (Es. Este, Montegrotto, Monselice) già strettamente connessi all’attività di escavazione della trachite e all’utilizzo delle acque termali.

Di grande rilievo ai fini della conservazione strutturale del paesaggio organico, la rete dei percorsi storici, costituiti dagli itinerari imperiali con reticoli abbastanza fitti di strade minori quasi sempre rimaste attive sino ad oggi, compresa la strada pedecollinare e la gran parte degli accessi perpendicolari.

Pur nella loro variabilità i modelli insediativi individuabili nei colli sono generalmente caratterizzati dalla discontinuità e dalla dispersione.

Anche in presenza di elementi dominanti è raro che l’agglomerazione raggiunga la densità tipica del borgo. Eccetto sporadiche eccezioni, non si riconoscono "centri", nel senso di aggregazioni edilizie complesse.

Nell’indagine svolta, emerge che il tipo edilizio che caratterizza la zona, è il tipo rurale monocellulare relativamente semplice, che per molto tempo ha costituito la prima forma di abitazione della popolazione insediata sui colli.

Le varie vicende storiche che si sono susseguite, hanno coinvolto il territorio, attraverso e soprattutto il dominio della Serenissima che ha fatto conoscere la "civiltà delle ville", con grandi spazi circondati da meravigliosi giardini, patrimonio attualmente sottoposto ad abbandono.

L’inserimento in questo contesto del sistema delle ville, ha comportato nei secoli una modifica dell’insediamento, tipico di una strutturazione estesa del territorio, con profondi rapporti con le aree urbane, questo è evidente già dal fatto che tali strutture sono quasi tutte poste ai piedi dei versanti, spesso raggiungibili per via acqua ed in ogni caso strettamente legate alle infrastrutture della pianura.

In tutto questo insieme di fattori i progetti studiati all’interno del PA relativi al recupero del patrimonio storico si distinguono in:

  1. per l’edificato rurale si deve procedere attraverso un recupero dell’intero sistema insediativo,
  2. e lo stesso dicesi per l’impianto relativo alle ville,
  3. viceversa per la casa domenicale si pone necessario salvaguardare l’unità considerata singolarmente.

Per i centri storici e la loro area di diretta influenza vanno condotte ben diverse considerazioni: essi possiedono una forza aggregante, il cui valore è indiscutibile.

L’identità che in questo contesto si chiede di valorizzare, ha un ruolo paesistico prevalente, non solo fondato sulle morfologie del costruito, quanto su singoli coniugazioni fra sito e costruito.

Questo tipo di meccanismo è applicato a tanti diversi contesti di notevole pregio.

Per quanto riguarda gli altri nuclei storici , che hanno molta meno importanza e che non sono mai entrati o non hanno mai sviluppato una crescita tale da poter aver dato vita a nuclei rilevanti, si prevede lo stesso l’inserito tra i progetti di recupero.

Fig. 9 "Carta topografica dei Colli Euganei", da Oristologie Euganea di N. Di Rio, Padova 1836, Museo Geo Pleontologico dei Colli Euganei, Cinto Euganeo.

Fig. 10 "Diocesi padovana con tutta la sua estensione nei vicini territori" part., incis. Colorata, dis. P.B. Clarici, 1720 M.C.P.

Fig. 11 "Ateste", incis. E dis. G. Franchini, 1775, da: I: Alessi, "Antichità di Este", 1776.

Fig. 12 "Territorio Padovano" part., dis. M. Orsato, (sec. XVII) con indicazione delle pievi

Fig. 13 Mappa storica del 1675 (A.S.P., Santa Maria di Rua, b. 24, ds. 4)

Fig. 14 Villa Emo già Selvatico a Battaglia, 1780 (A.S.P., Territorio, b 56)

Fig. 15 L’Arco di Mezzo tra il "Canal della Battaglia" e il "Canal Grande", 1787 (A.S.V. Beni Inculti PD – Pol., r.337, m. 10A, dis. 4)

Fig. 16 Carta Topografica delle Terme padovane, sec. XVIII (Biblioteca Museo Civico Correr, ms.P.D., c. 843/3)

Fig. 17 Idrografia del Padovano e del Vicentino, 1790 (Bcp, Bp – 1087/6)

Fig. 18 Sistemi storici di riferimento

Fig. 19 Sistemi di fruizione percettiva

 

ANALISI PRELIMINARI – FINALITA’ METODOLOGICHE.

Le analisi che sono state condotte preliminarmente alla redazione del PA in relazione allo stato del degrado presente nei centri storici e nel patrimonio architettonico, fanno emergere la situazione generalmente preoccupante per la gran parte dei beni architettonici, non solo in termini di integrità fisica ma anche di fruibilità e leggibilità.

Molte di queste strutture rischiano la rovina, minacciate dall’abbandono e dalle alterazioni trasformative.

Dallo studio emerge che è trascurata e soggetta a degrado o a trasformazioni irreversibili la gran parte delle pertinenze di ogni genere di beni, a partire dell’interno dei centri storici sino ad arrivare alle ville, nonostante il ruolo strategico che potrebbero svolgere nell’ambito economico.

Questa analisi ha dimostrato che molti beni non sono attualmente tutelati e neppure riconosciuti.

L’importante è ricordare che la maggior parte dei beni storici e degli insediamenti rurali, poggia generalmente su di un paesaggio agrario complesso e ricco di suggestioni, connesso alle bonifiche condotte fra le due guerre, alla viticoltura, ad una varietà di culture miste tradizionali. La relativa povertà e la tradizionale frammentazione dell’azienda agricola, da sempre legata alla struttura famigliare, hanno favorito il permanere degli aspetti strutturali del paesaggio agrario e contemporaneamente dell’aspetto caratteristico del territorio.

Il mantenimento di questi caratteri, non consente un adeguato sviluppo anche economico, tenendo conto che dipendono direttamente dall’agricoltura e quindi sono ancorati alla terra. Non a caso infatti se da un lato l’integrità morfologica delle culture tradizionali nel paesaggio dei colli è ormai rara e frammentata, dall’altro gli aspetti strutturali dell’insediamento sono stati mantenuti.

 

ASSETTO PRODUTTIVO.

Dal punto di vista dell’assetto produttivo la diversificazione del sistema nell’area dei colli è generata dalla compresenza di risorse particolari, legate al turismo e al termalismo nonché all’estrazione dei materiali di cava. Tra queste le attività connesse al termalismo dimostrano un notevole incremento produttivo, basti pensare all’incremento pari al 2% nel decennio 1981-1991 degli addetti, che rappresenta il settore trainante per l’intera area, lo stesso non si può affermare per la componente agricola, del quale i colli sono permeati.

Non a caso infatti nel settore agricolo troviamo una serie di dati che dimostrano e confermano il ruolo ancora debole di quest’ultima, tuttavia essenziale per l’integrazione del territorio.

La produzione agricola ha risentito di un notevole rallentamento negli ultimi vent’anni attraverso anche la diminuzione della superficie destinata a seminativo che si è notevolmente ridotta e che ha rilasciato posto all’impiego dell’area per scopi insediativi o al limite di incolto.

Sempre dall’ultimo censimento del 1991 i dati relativi al settore agricolo, rimangono ancora sconfortanti .

Dalle stime realizzate sui dati raccolti, si dimostra che il reddito percepito è di gran lunga inferiore a quello medio regionale, che, a lungo andare, ha favorito o accentuato il comprensibile abbandono dell’azienda.

Analogo discorso si può fare per l’agriturismo che appare presente solo in iniziative sporadiche e saltuarie, limitate alla sperimentazione, nonostante la "locazione" dell’area e delle agevolazioni pubbliche per avviare e/o riavviare l’attività siano state molteplici.

E’ per questo che si ritiene sia sempre più importante affermare il ruolo dell’assistenza tecnica alle aziende agricole, in tema di pratiche culturali e di investimenti, che permette in questo modo di organizzare un sistema di aziende frazionatissime, altrimenti incontrollabili.

Sempre dall’analisi emerge che se da un lato l’azione cooperativa stenta a crescere, dall’altro sempre più forti sono gli incentivi a livello comunitario, o comunque atti ad incentivare metodi di produzione agricola compatibili con la protezione dell’ambiente.

Questa prospettiva ormai avviata di politiche d’intervento regionali e comunitarie ben si inseriscono nella dinamica strutturale del problema, prospettando per il futuro un incremento e una concentrazione delle attività alle zone più produttive.

Un ruolo strategico in questo contesto è stato realizzato dal Consorzio di Bonifica, i cui piani recentemente redatti hanno prospettato un coordinamento degli investimenti, per mantenere gli effetti apportati e contemporaneamente migliorare la redditività delle produzioni.

In termini di evoluzione delle modalità, si stanno sempre più diffondendo pratiche connesse al contenimento degli effetti inquinanti, con tentativi di "lotta integrata" che trova difficoltà soprattutto per gli elevati costi connessi all’inserimento di agenti biologici.

Un contrasto sempre più marcato all’abbattimento delle alberature caratteristiche non ha evitato in questi ultimi anni la scomparsa di siepi ed alberature tipiche della zona.

A tutti e altri problemi di questo tipo, si rivolge l’attività e le politiche del piano ambientale.

Per quanto riguarda il settore turistico e della ricettività, si è registrata negli ultimi anni una forte crescita di attrezzature.

La crescita esponenziale del settore turistico e del suo indotto ha ormai classificato l’area est dei colli Euganei come la più terziaria del Padovano, rischiando di specializzarsi troppo, nel settore risanando le fragilità che a questa sono connesse.

Si assiste non solo ad una specializzazione del settore produttivo, ma anche ad una specializzazione all’interno del settore stesso, per cui l’offerta dei servizi è quasi tutta concentrata negli alberghi, mentre il tessuto urbano e l’area limitrofa risentono solo marginalmente dei benefici; c’è da dire che il modello dell’utente proposto è fortemente "sanitizzato" e da un certo punto di vista tende a contrarre l’offerta, anche se ultimamente è in atto una sempre maggior ricerca d’integrazione anche con le altre attrezzature presenti.

Se si esclude il sistema dei servizi strettamente connessi alle terme, la situazione delle attrezzature distribuite fuori dal polo è assolutamente insufficiente, escludendo il sistema strettamente connesso ai ristoranti e ai poli alberghieri, a cui manca un vero e proprio sistema di trasporti, anche saltuari che a volte si trovano in antagonismo con altre strutture secondarie.

Altro discorso importante è quello delle attività estrattive e delle cementerie sottoposte oggi ad una fase di passaggio abbastanza critica, il settore produttivo legato all’estrazione dei materiali è in smobilitazione, anche se rimangono attive alcune cave, in particolare quelle relative all’estrazione della pietra da taglio di miglior qualità.

Il problema di capire la ripercussione economica che questo fenomeno avrà nel tempo, è strettamente legata alla reale incapacità di quantificare gli addetti che attualmente sono impiegati nel settore in seguito anche alle profonde modifiche che sono avvenute nell’ambiente negli ultimi anni.

Diverso invece è il discorso relativo alla produzione di cemento: le 3 cementerie presenti nel territorio coprono circa il 60% dell’intera produzione regionale, con un’idea di mercato alquanto estesa anche oltre il territorio regionale.

La crescente indipendenza dell’area di insediamento di tali impianti comporta un’ipertrofia nell’indotto e dei relativi costi per cui è ipotizzabile un progressivo disimpegno dal territorio, in relazione al progressivo ammortamento degli impianti.

Di fatto questa situazione pur transitoria comporta un aggravio notevole sul carico del traffico delle arterie che connettono i cementifici con le aree estrattive di nuova apertura, e questa situazione induce provvedimenti sul traffico sproporzionati.

In termini di articolazione territoriale dell’assetto produttivo si possono individuare 4 diverse tendenze:

  1. Per l’area Est, il territorio risulta assolutamente dominante, sia per la specializzazione funzionale del turismo termale sia per le accessibilità alla conurbazione Padovana;
  2. Per l’area sud, si assiste a fenomeni che subiscono un lungo periodo di stasi e di marginalizzazione territoriale: l’area, intermedia tra gli assi centrali del veneto centrale e quelli in crescita della fascia interregionale a sud;
  3. Per l’area Ovest, l’ancora rilevante occupazione agricola e la tradizionale stasi delle altre attività sono confermate, nonostante la redistribuzione di attività artigianali in tutte le località, che tutta via non basta a compensare la chiusura di alcune aziende e servizi;
  4. Per la fascia Nord; influenzata dall’urbanizzazione diffusa dell’asse Padova-Vicenza, forme di economia mista, con artigianato specializzato, hanno comportato uno sviluppo notevole anche nell’area dei Colli.

 
 

Fig. 20 Aree di valore agricolo

 
 

Fig. 21 Distribuzione siti estrattivi per tipologie

ASSETTO SOCIO/ECONOMICO.

Le dinamiche demografiche ed economiche che distinguono l’area dei Colli riflettono una struttura sociale relativamente caratterizzata, con discreti valori di stabilità, sottoposta negli ultimi anni a rapidi mutamenti delle dinamiche esterne, in particolare strettamente connesse ai poli turistici di Abano e Montegrotto.

La situazione demografica pone in evidenza un peculiare aspetto dell’insularità dei Colli, la radicale differenza tra le dinamiche dell’area collinare, rispetto a quelle che caratterizzano le aree di bordo, ove si sono concentrati i fenomeni di maggior incremento dovuti all’urbanizzazione recente. L’analisi della popolazione ha fatto notare una leggera inversione di tendenza, rispetto a quello che è l’andamento nazionale, non ha caso si rileva in collina una numerosità delle famiglie leggermente più elevata, una maggior femminilizzazione e presenza di anziani, un più elevato incremento naturale della popolazione, equilibrato da una emigrazione legata alla struttura produttiva dell’area, con poli occupazionali completamente esterni.

Nonostante il pendolarismo la domanda di residenze nell’area collinare rimane elevata.

La distribuzione demografica nelle diverse zone, pone in luce alcune dinamiche:

  1. Potente sviluppo indotto all’urbanizzazione diffusa intorno a Padova che si potenzia con l’area termale.
  2. Fisiologica crescita dei centri di Monselice ed Este
  3. Il trend di sostanziale stabilità delle parti ancora poco toccate dal modello urbano.
  4. La dinamica delle attività dei residenti mostra il ruolo strategico che ha avuto l’agricoltura lungo la storia, con un evoluzione verso l’industria prima e verso il terziario più recentemente, che ha segnato in modo differente le diverse zone.

    Dato l’assetto produttivo molto diversificato, è molto complesso distinguere una diversificazione di zona o di settore nel sistema socio economico locale, che tuttavia si presenta caratterizzato da alcuni aspetti:

    1. Il pendolarismo;
    2. L’integrazione dei redditi che comporta spesso la presenza di una pur ridotta azienda agricola famigliare;
    3. L’imprenditoria che si manifesta con dimensione prevalentemente famigliare, con un ruolo ridotto di forme associative e consortili di produzione.

Da contatti diretti con la popolazione emerge un certo radicamento localistico degli abitanti, che tendono nella maggior parte dei casi individuare nel proprio territorio il posto di lavoro o comunque la propensione a mantenere la residenza in un area ristretta in cui si riconosce la famiglia di origine.

Un aspetto particolare dell’assetto socio-economico è legato a flussi turistici che investono l’area, legandola ad un bacino locale di turismo culturale di transito.

Considerati a parte gli effetti indotti sull’assetto produttivo il turismo coinvolge i Colli in un duplice aspetto; da un lato li soffoca creando disagio, dall’altro trova giovamento consentendo la valorizzazione di risorse che altrimenti resterebbero inutilizzate.

Il peso di tale interferenza è comunque rilevante, soprattutto se si tiene conto dell’afflusso annuale di visitatori per lo più concentrati nei fine settimana, con disagi legati a grossi affollamenti e allo smaltimento del traffico.

Se per il turismo termale non sembrano emergere evidenti danni, dall’altro le preoccupazioni sembrano legate all’incapacità dei servizi offerti di coprire l’intera domanda, un’offerta penalizzata da troppe ridotte dotazioni di servizi e di opportunità ricreative che non sembrano intessere opportuni legami con l’ambiente e prima su tutti col Parco.

 

ASSETTO URBANISTICO ED INFRASTRUTTURALE.

Causa ed effetto della storica situazione di isolamento, l’assetto infrastrutturale del territorio euganeo è organizzato ancora secondo le direttrici storiche, comportando una serie di problemi non indifferenti per l’accessibilità ai centri del comprensorio e all’area interna dei Colli.

Anche se la maggior parte delle reti infrastrutturali sono sorte lungo le principali vie fluviali, divenendo una sorta di rete d’appoggio, nonostante ciò, la viabilità interna dei maggiori centri e assolutamente carente sia per l’organizzazione del traffico, che per le dotazioni infrastrutturali.

L’intensità e la rapidità dei processi d’urbanizzazione tipici dell’ultimo trentennio possono indurre ad assimilare il recente sviluppo euganeo, alla spinta generale che ha interessato l’intera pianura padana.

Ciò nonostante, però l’insediamento è stato in qualche modo messo in disparte, imprimendo delle tendenze leggermente contrastanti con il resto dell’ambiente, costituendo per l’appunto quell’isola particolare che già prima si era arrivati a definire. Ciò ad ogni modo non ha impedito al territorio euganeo di condividere molti degli effetti negativi associati al modello veneto diffuso, alla crescita di forme incontrollabili di "mobilità obbligatoria", dalla diffusione dell’inquinamento alla polluzione.

Tali effetti sono diventati particolarmente gravi in prossimità dei Colli, minacciandone l’integrità e pregiudicandone irrimediabilmente la riconoscibilità d’immagine della pianura circostante.

Questa mancata omologazione degli sviluppi euganei con quelli del contesto veneto sembra comunque riflettere l’importanza di regole insediative che possono guidare i percorsi di sviluppo, costringendo a differenziarli e ad adattarli alla specificità dei luoghi e delle condizioni ambientali. Il quadro che emerge dalle indagini operate, va integrato con l’esame del quadro, costituito dalla pianificazione locale. Allo stato attuale tutti i comuni compresi nel comprensorio euganeo sono dotati di PRG. La maggior parte dei comuni ha strumenti urbanistici di seconda generazione ad eccezione di alcuni di terza generazione. In ogni caso emerge una totale assenza di interventi sovracomunali e gli effetti di tale mancanza sono evidenti soprattutto nelle zone a confine, dove ciascun ente tende a marginalizzare le situazioni di conflitto più scomode.

La mancanza di tale coordinamento, emerge anche nei comportamenti relativi all’applicazione della LR 24/1985.

I piani più recenti sono prevalentemente rivolti al moderato sviluppo dell’organizzazione e mostrano in generale attenzione rispetto al passato.

L’analisi dell’evoluzione della pianificazione locale pone in evidenza come gli aspetti maggiormente critici non siano più quelli delle previsioni quantitative, bensì quelli concernenti la morfologia e tipologia, nonché i criteri localizzativi e i criteri di dimensionamento.

La pianificazione attuale in ogni caso prende il via dal riconoscimento degli errori compiuti nel passato e da una crescente importanza a quelli che sono gli aspetti morfologici legati al paesaggio e alla tutela della sua integrità infine è complesso il rapporto che lega i diversi strumenti urbanistici con il PURT - piano delle risorse termali- il quale si occupa di dare direttive a riguardo delle attrezzature delegando agli organi comunali le localizzazioni, le infrastrutture ecc.

Questi ultimi però non hanno dimostrato di saperle affrontare in modo adeguato.

All’interno delle analisi condotte per capire qual è la condizione e lo stato generale del Parco, non possono essere tralasciati gli aspetti relativi alle attività rivolte al ripristino della flora e della fauna presenti all’interno dell’area, nonché tutte le attività connesse alla tutela delle specie in via d’estinzione.

Le attività promosse sono tutte rivolte al fine di bloccare o per quanto possibile eliminare tutte le azioni di disturbo, che possono essere ricondotte all’attività dell’uomo.

E’ evidente che il totale disinteresse nei confronti del Parco non ha fatto altro che peggiorare quello che già di malato era presente, e se a questo, aggiungiamo anche i terribili atti vandalici e gli incendi che hanno irrimediabilmente compromesso il patrimonio forestale, non si può far altro che stilare un resoconto abbastanza negativo.

 

 
 

Fig. 22 Assetto urbanistico

 
 

Fig. 23 Morfologie insediative

 

Fig. 24 Morfologie insediative

PREMESSE PER UN PARCO.

Il Piano dei Colli Euganei pone in se i seguenti indirizzi:

  1. Limitare il consumo del territorio per via edilizia e urbanistica
  2. Non cancellare aspetti significativi del territorio
  3. Valorizzare l’ambiente.

Tali indirizzi avrebbero dovuto nel tempo tradursi in opportuni obiettivi, quali:

  1. ZONE BOSCHIVE: minore possibilità di costruzione in tali zone
  2. ZONE AGRICOLE: interventi possibili solo da parte di coltivatori
  3. RECUPERO EDILIZIO: soddisfacimento delle esigenze abitative
  4. ATTIVITA’PRODUTTIVE: previste in poche e opportune localizzazioni.

Legati a tali possibili obiettivi sono gli orientamenti di tipo vincolistico, i quali, attraverso la loro applicazione avrebbero potuto rendere possibile una maggiore concentrazione nei singoli obiettivi e nelle singole iniziative non di vincolo, ponendo l’attenzione sulle:

La mancata attenzione fa nascere la necessità del Parco dei Colli Euganei: uno strumento che avrebbe dovuto garantire il futuro della zona.

La figura centrale di tutte le attività del parco é rappresentata da tutti gli Amministratori Locali, che in passato hanno dato vita a molteplici azioni frenanti nei confronti della tutela, cercando di ostacolare l'imposizione dei vincoli e considerandoli quindi in contrasto con quegli interessi locali considerati veri, e portando allo sviluppo di un territorio che prendeva spunto da modelli deleteri.

Fino alla metà degli anni Settanta quindi, i Piani Regolatori sottraevano alla disciplina legislativa del territorio i comuni facenti parte del territorio del piano non adeguandosi agli spunti proposti da questo. In questa situazione sembrava quindi illusoria un'idea di parco volta a salvaguardare gli interessi del territorio.

Dalla metà degli anni Settanta e negli anni Ottanta la situazione è andata cambiando in positivo, grazie all'azione degli amministratori locali i quali sembravano aver subito e non provocato e coscientemente guidato, quella parziale inversione di tendenza che aveva mostrato chiari sintomi di insoddisfacenza che avevano frenato le molteplici innovazioni legislative opportune alla tutela dell'area del parco.

Tale inversione sembrava essere provocata da alcune cause che si erano andate imponendo dall'esterno:

Per attuare il contenimento dello sfruttamento del suolo e del sottosuolo venne approvata nel 1975 la legge regionale n.31 "per la salvaguardia delle risorse idrotermali euganee", che però perderà la sua importanza nel 1980, data in cui verrà redatto il Piano Termale previsto dalla stessa legge n.31, imponendo nuovi progetti di espansione.

A seguito di tali eventi era andata profilandosi una promettente politica di intervento diretto, in particolare da parte del Consorzio Valorizzazione Colli Euganei, che agiva nella gestione di importanti beni ambientali e culturali, attivando la sottrazione di tutti quei luoghi di interesse a sospetti "valorizzatori", o a stati avanzati di degrado, nella prospettiva di una futura utilizzazione, al fine di garantire arricchimento culturale, sociale ed economico.

Attorno a tali iniziative si era verificato il vuoto, sia in riferimento ai mezzi finanziari indispensabili per avviare e sostenere un progetto

ampio e ambizioso da valorizzare, sia soprattutto con riferimento alle idee e alle energie partecipative altrettanto indispensabili per il successo dell’iniziativa.

Tra gli Amministratori sembrava però ancora prevalere il timore e l’ostilità del consenso e dell'adesione nei confronti di una politica di tutela dei Colli Euganei. Si tentava quindi di frenare nuovamente ogni entusiasmo favorevole alla formazione del Parco.

Alla Legge Regionale sui Parchi n. 72 del 31 Maggio 1980, che rimase inapplicata, ne subentrò una nuova, la n. 40 del 16 Agosto 1984, in cui all'interno dell'elenco delle zone da destinare a parco compariva anche l’area dei Colli Euganei.

fu questa l'occasione per delegare al Consorzio Valorizzazione Colli Euganei l’elaborazione del "Piano Ambientale" che solo successivamente sarebbe stato sottoposto alle Amministrazioni Comunali Euganee.

Dal 1985 la cosiddetta "legge Galasso", legge statale, n. 431 dell’8 agosto 1986, che riprendeva e attualizzava la vecchia legge sulla Protezione delle Bellezze Naturali n. 1497 del 1939, riuscirà a imporre l’obbligo per le Regioni, di predisporre entro il 31 Dicembre 1986, in tutte le zone sottoposte a vincolo paesaggistico, come appunto i Colli Euganei, un "Piano Paesistico" o un "Piano Urbanistico-Territoriale con specifica considerazione dei valori paesistici ed ambientali". La Regione del Veneto, con la legge 11 Marzo 1986, n. 9, trasformerà l’obbligo precedente in quello di dotarsi entro il 1986 di un "Piano territoriale regionale di coordinamento" o comunque di opportuni "Piani di zona" con valenza paesistica agli effetti della Legge Galasso.

 

GLI OBBIETIIVI E IL QUADRO DI RIFERIMENTO.

Gli obiettivi del PA sono identificati dalla legge istitutiva del 1989 (art3) nel duplice scopo di:

    1. assicurare la necessaria tutela e valorizzazione dell’ambiente;
    2. sostenere lo sviluppo economico e sociale.

Essi debbono essere interpretati alla luce delle finalità che la legge stessa assegna al Parco (art2), finalità che esplicitamente disegnano il ruolo di un parco a fini multipli, caratterizzato da una gestione attiva e non meramente vincolistica, volta a promuovere, unitamente alla tutela e alla valorizzazione ambientale, lo sviluppo economico e sociale delle popolazioni locali.

Questo ruolo rispecchia la concezione di un’integrazione dinamica delle istanze di sviluppo nell’azione di tutela e conservazione ambientale, chiaramente espressa dai piani e dai programmi della Regione, in termini sostanzialmente analoghi a quelli che si ritrovano nell’esperienza europea dei parchi regionali. Ma rispecchia anche, più specificamente, il carattere composito del patrimonio ambientale del Parco dei Colli Euganei (per il quale la definizione di parco naturale sarebbe sicuramente riduttiva) e la sua stretta integrazione nelle dinamiche socioeconomiche del contesto territoriale.

Tenuto conto, dei potenziali contrasti, dei conflitti e delle incompatibilità che possono sorgere nel concreto perseguimento del duplice scopo stabilito dalla legge istitutiva, il Documento Programmatico Preliminare (DPP) meglio definisce gli obbiettivi del PA in funzione dei problemi da risolvere e delle priorità, per il parco. I principali problemi sono stati individuati (cfr. DPP, pagg.11-14) relativamente a:

  1. le attività estrattive, il problema "storico" del parco, già a partire dall’intervento del legislatore nazionale nel 1971;
  2. i processi d’urbanizzazione, prevalentemente esterni ai confini istitutivi del parco, ma non per questo meno gravidi di ricadute sulla tutela e la gestione delle aree interne che ne risultano, per cosi dire, "assediate";
  3. le attività agroforestali, dal cui mantenimento e dalla cui evoluzione dipendono direttamente gli equilibri ecosistemici che hanno storicamente caratterizzato il paesaggio Euganeo;
  4. le attività turistiche, interne ed esterne al parco, che da un lato rispondono a finalità fruitive irrinunciabili, dall’altro rappresentano la fonte maggiore delle pressioni e delle minacce che ne investono le risorse e le condizioni ambientali.

In considerazione di tali problemi, il DPP esprime alcune opzioni di fondo utili ad orientare l’elaborazione del PA:

da una parte il riconoscimento del ruolo ’metropolitano’ del parco, dall’altra la rilevanza dei rapporti tra il parco e il contesto territoriale e la conseguente necessità di affrontarne i problemi con strategie d’azione studiate con gli enti cointeressati.

Alla luce quindi delle finalità istitutive, dei problemi prioritari e delle opzioni di fondo sopra richiamate, il DPP precisa gli obbiettivi da perseguire col PA:

  1. obiettivi generali, per il Parco nel suo complesso: valorizzazione dell’identità, della riconoscibilità e della leggibilità del Parco nella sua globalità, promozione ed organizzazione di forme di fruizione didattica, culturale, scientifica, turistica e ricreativa coerenti con l’obbiettivo precedente, compatibili con le esigenze di tutela dei siti e delle risorse, promozione ed organizzazione delle attività economiche funzionali allo sviluppo sociale, economico e culturale delle popolazioni locali, con particolare riguardo per la qualificazione delle attività agroforestali e per il controllo dei processi urbanizzativi,
  2. obiettivi specifici per le singole risorse: salvaguardia e razionale utilizzazione delle risorse primarie, ivi comprese quelle idriche ed estrattive, con attenzione per le connessioni funzionali ed economiche con il contesto territoriale; tutela e valorizzazione delle caratteristiche dell’ambiente naturale, con particolare riguardo alle specificità geologiche, geomorfologiche, vegetazionali e faunistiche che concorrono alla definizione dell’identità del Parco; tutela e valorizzazione del paesaggio, nelle sue articolate differenziazioni che concorrono a definire 1’immagine complessiva del Parco e le sue relazioni col contesto;
  3. obiettivi specifici per i singoli settori d’attività: promozione ed organizzazione delle attività informative, educative, scientifiche e culturali, con riguardo alla sperimentazione di forme organizzazione della gestione agroforestale, con azioni volte a sostenere e guidare la graduale evoluzione delle tecnologie o dei modelli colturali tradizionali, controllo delle attività turistiche, ricreative e di pubblica fruizione, organizzazione e controllo delle altre attività economiche e sociali compatibili con le esigenze di tutela dei siti e delle risorse, con particolare riguardo alle attività estrattive, alle reti infrastrutturali ed agli sviluppi insediativi.

L’articolato sistema di obbiettivi che il DPP assegna al PA del Parco va peraltro considerato in un contesto territoriale dove le scelte e le decisioni competono ad una pluralità di soggetti, solo in parte influenzabili dallo stesso PA.

Nonostante la legge istitutiva attribuisca al Piano del Parco una netta autonomia di scelta per il territorio di competenza (esso sostituisce, infatti "i piani paesistici e i piani territoriali o urbanistici di qualsiasi livello", in base all’art25, della citata legge), l’intricata rete di legami che lo stesso DPP rilevava, tra i problemi interni al Parco ed i problemi del contesto territoriale, lascia intuire che il Piano del Parco, per perseguire i propri obiettivi, debba fare i conti con i problemi e le prospettive evolutive di tale contesto. In altri termini, il Piano del Parco deve collocare i propri obiettivi in un più vasto quadro di riferimento, che dipende dalle attese, dalle intenzioni e dai programmi delle comunità e dei soggetti istituzionali che interagiscono sul territorio interessato. Particolare interesse assumono, in tal senso, le indicazioni dei piani regionali, provinciali e comunali.

Nell’ambito del Piano territoriale regionale di coordinamento (PTRC), del 1990, l’area dei Colli è investita da ipotesi e previsioni strategiche di notevole rilevanza che investono l’intera armatura urbana consentendo di individuare poli urbani suddivisi in 5 livelli gerarchici, che consentono di evidenziare la qualità e la densità dei beni culturali e storici che sono distribuiti in tutto il territorio a sud del sistema collinare Berico-Euganeo (città murate, ville venete, paesaggio agrario, ritrovamenti archeologici) attraverso l’individuazione di aree sub-provinciali e interprovinciali di particolare interesse ambientale per l’articolazione dei piani territoriali provinciali ed il loro coordinamento. Oltre a ciò il Piano prevede l’inserimento del tratto Padova-Abano-Este (nel Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale, che prevede 1’attivazione di piani urbanistici), anche in relazione al rilievo che 1’istituzione del Parco può avere a livello di termalismo.

Nel progetto preliminare del Piano Territoriale Provinciale (PTP), si evidenziava il ruolo strategico dell’area dei Colli nei confronti dell’intero territorio provinciale, con una serie di obiettivi specifici, che si rifanno al PTRC.

In particolare si individua, tra le aree una capacità di recupero ambientale per la formazione di parchi territoriali e zone di protezione e sviluppo controllato.

Nelle proposte progettuali successive si precisa l’individuazione di una vasta area agricola, di grande valenza paesistica, tutt’intorno ai Colli, con particolare attenzione per il paesaggio agrario e per i beni culturali (rinviando al Piano del Parco); nello schema funzionale delle specializzazioni l’area termale dovrebbe costituire il nodo del terziario ricreativo metropolitano, con funzione di cerniera rispetto al Parco dei Colli Euganei; si propongono direttive specifiche sovracomunali per i sistemi insediativi consolidati e per gli stessi centri, il potenziamento delle funzioni urbane di servizio.

Vengono individuate "operazioni pilota" riferite ad altrettanti ambiti sovracomunali di relativa concentrazione delle attività produttive; si propongono quattro "parchi scientifici" per lo sviluppo dei rapporti industria (ricerca) nuove tecnologie, si definiscono le direttive per gli insediamenti turistico-termali che prevedono la tutela e la riqualificazione ambientale delle aree pedecollinari disposte in rapporto visuale con i Colli; si prevede il potenziamento delle attrezzature di servizio ricreative e culturali e la riqualificazione delle aree centrali, mediante la valorizzazione delle permanenze di valore storico-architettonico e della morfologia urbana di antica origine ed il coerente sviluppo dei nuovi insediamenti e delle diverse funzioni urbane.

Riguardo al sistema relazionale, si propone una forte integrazione della mobilità ferroviaria, trasporto pubblico e privato, su gomma, con una serie di attestamenti intermodali.

Assai più articolato e ricco di contraddizioni é il quadro riferito dalla pianificazione urbanistica locale. Se infatti da un lato questa rappresenta o dovrebbe rappresentare 1’insieme delle attese e delle intenzioni delle comunità locali – di cui il Piano del Parco, per le ragioni già accennate, non può non tener conto – dall’altro il Piano del Parco rappresenta, nei confronti della pianificazione locale, uno strumento insostituibile di coordinamento e di indirizzo. Tale ruolo è, accentuato dal fatto che, in base alla legge istitutiva (art.3), il PA non soltanto prevale sugli strumenti urbanistici locali all’interno del territorio del Parco, ma, altresì, "enuncia gli indirizzi in ordine alla pianificazione territoriale con riferimento alle parti limitrofe all’area del Parco". Il confronto critico con gli strumenti vigenti, rappresenta quindi un punto di partenza determinante per perseguire, con strategie appropriate e praticabili, gli obbiettivi del PA.

 
 

Fig. 25 Sistema insediativo, stralcio da tavola 7 PTRC

 
 

Fig. 26 Ambiti per la istituzione di parchi e riserve regionali naturali ed archeologici ed aree di tutela paesistica, stralcio da tavola 5 PTRC

 
 

Fig. 27 Sintesi delle proposte del PTRC, da PTP.

 

VALUTAZIONI SINTETICHE.

L’intera strutturazione del PA è basata sull’interazione sistematica dell’elaborazione progettuale con i risultati prodotti dalle analisi. Tale interazione, peraltro, non si esaurisce nelle scelte progettuali del PA ma si prolunga nel processo attuativo.

Le valutazioni di maggiore utilità immediata per il progetto sono quelle relative:

  1. all’importanza dei siti e delle risorse, al valore cioè che essi possono assumere nel progetto di valorizzazione del Parco e dello sviluppo socioeconomico dei suoi abitanti, in base agli attributi qualitativi rilevabili sotto diversi profili di lettura (rarità, ruolo, significato storico o culturale, etc.);
  2. alla criticità dei siti e delle risorse, ovvero alle situazioni già compromesse e ai rischi in atto del loro degrado o distruzione che il progetto deve affrontare, in funzione della loro vulnerabilità o fragilità intrinseca, dello stato di conservazione, dell’intensità delle pressioni e dei rischi cui sono esposti.

Le valutazioni condotte con queste finalità hanno concorso a definire tutte le opzioni fondamentali del Piano: dalla distribuzione e dal carattere delle diverse forme di tutela, alla individuazione dei progetti d’attuazione. In questo senso gli studi di impatto per gli interventi di maggiore rilevanza, potranno giovarsi della corrispondenza, resa esplicita nel PA, tra valutazioni di importanza e nelle strategie progettuali, come base per le più approfondite indagini specifiche.

Del contributo in termini valutativi di ciascuna indagine si rende conto nelle relazioni settoriali, per consentire la costruzione di un quadro generale. Nelle valutazioni settoriali sono state considerate le condizioni di singole componenti, i cui valori di importanza e criticità sono stati elaborati con criteri specifici, propri di ciascuna disciplina, perché ad essi sono più facilmente riferibili norme per attenzioni e per interventi secondo indirizzi direttamente operativi.

I criteri seguiti nelle valutazioni settoriali si possono cosi riassumere:

  1. per 1’assetto fisico, prevalgono valutazioni: di importanza, in ordine alla rarità e al ruolo scientifico o didattico a cui sono complementari aspetti legati alla fruizione del paesaggio (per le caratteristiche insediative); di criticità, in ordine al rischio di dissesto idrogeologico, a cui sono complementari considerazioni sugli impatti paesistici (per le cave);
  2. per 1’assetto vegetazionale e faunistico prevalgono valutazioni: di importanza, secondo criteri di rarità e di rappresentatività degli ecosistemi, con riferimento alle singole specie ed habitats;
  3. per 1’assetto storico-culturale, considerando imprescindibile il rapporto bene/pertinenze/contesto, prevalgono valutazioni: di importanza, in ordine soprattutto agli aspetti sistemici identificabili sul territorio (quali il sistema delle ville o le reti delle vie d’acqua o di terra);
  4. per la percezione del paesaggio, le valutazioni prevalenti riguardano: per 1’importanza, la fruibilità unitaria di ambiti paesaggistici di specifico interesse o gli aspetti sistemici della fruizione percettiva, quali quelli dei percorsi ad alta panoramicità o de11e vie di ingresso ai Colli; per la criticità, la perdita di possibilità di fruizione complessiva e di inserimento contestuale, soprattutto di beni importanti o di ambiti di specifico interesse paesistico;
  5. per 1’assetto produttivo agricolo, le valutazioni prevalenti riguardano: per 1’importanza, la qualità del tipo di colture e il valore produttivo dei terreni, con riferimento all’irrigazione, alla bonifica, e all’integrità di grandi appezzamenti, tenendo altresì conto dell’imprenditorialità delle aziende agricole;
  6. per le attività estrattive, le valutazioni prevalenti riguardano: per 1’importanza, le presenze di affioramenti di valore geologico o di formazioni rocciose di valore didattico;
  7. per le altre attività produttive, le valutazioni prevalenti riguardano: per 1’importanza, il ruolo di supporto dell’attività consolidata per le comunità locali;
  8. per le attività turistico-termali, le valutazioni preva1enti riguardano: 1’importanza, il ruolo trainante e consolidato dell’economia locale, anche per gli effetti sull’assetto urbano e per la capacita di attrazione di un’utenza turistica potenzialmente interessata al Parco.
  9. Infine per 1’assetto urbanistico, le valutazioni prevalenti riguardano: per 1’importanza, la crescita dei servizi e dei valori di centralità, soprattutto in corrispondenza con centri e nuclei storici;
  10. per le infrastrutture le valutazioni preva1enti riguardano, 1’importanza, il ruolo di accesso (con particolare attenzione al ruolo della ferrovia) e di agevole comprensibilità del territorio del Parco.

Le sintesi valutative hanno dato luogo a due criteri di ordinamento delle valutazione settoriali: quello basato sulla sovrapposizione dei diversi criteri sviluppati in ambito settoriale, che ha fornito la base per una serie di scelte progettuali, dalla zonizzazione alla definizione delle aree di tutela e di pertinenza dei beni, e quello basato sul riconoscimento degli effetti o delle cause relazionali e delle situazioni di importanza o di criticità, che ha fornito la base per la disciplina delle "unità di paesaggio".

Dal primo criterio emergono alcune situazioni di rilevante interesse: localizzando le aree caratterizzate dalla prevalenza di ciascun gruppo tematico le valutazioni settoriali, identificano ambiti prevalentemente orientati alla tutela e al recupero e alla valorizzazione secondo ciascun settore, che poi hanno dato luogo, in termini di larga massima, alla verifica della zonizzazione; infatti: nelle zone di riserva prevalgono le aree di importanza naturalistica e le loro fase di connessione e di contenimento, a maggiore rischio di incendio; nella zone di protezione agroforestale prevalgono le aree di interesse faunistico, nel paesaggio agrario, sensibili all’abbandono dell’agricoltura, quella percettiva e così via.

Oggetto di numerose valutazioni rilevanti sono anche le aree di bordo delle zone urbanizzate, per 1’importanza dei beni limitrofi ai centri, per la sensibilità degli aspetti percettivi, per la criticità degli aspetti urbanistici e talvolta ambientali: le aree di bordo del Parco si confermano quindi come quelle al contempo più difficili e più importanti da gestire.

Dal secondo criterio di ordinamento delle valutazioni, impostato sulle relazioni paesistiche, emergono diversi aspetti che meritano attente riflessioni: da quello relativo ai caratteri distintivi delle relazioni che si prendono in considerazione nella fruizione al parco sono assai semplici (isolamento, integrazione, contrasto, correlazione multipla) ma in alcuni ambiti danno origine ad assetti paesistici ad alta complessità e poco tipizzabili: l’Unità di paesaggio diventa luogo di spiccata "individualità".

I criteri di valore assunti per definire le relazioni strutturanti delle Unità di Paesaggio sono diversi e riguardano tutti gli aspetti costitutivi del territorio, indipendentemente dalla loro percettibilità, ma ogni relazione che si distingue per leggibilità ed emergenza nel paesaggio sensibile assume un valore ulteriore rispetto alla importanza settoriale: 1’Unita di paesaggio si configura così in primo luogo, sede di una relazione fondamentale tra "sostanza" del territorio e sua manifestazione "formale", che viene valutata proprio nella corrispondenza tra importanza "oggettiva" dei singoli elementi e loro ruolo nel sistema delle relazioni percepibili, espresse nel paesaggio.

I due ordini di valutazioni possono essere considerati congiuntamente, e sfociano: da un lato nell’individuazione di situazioni territoriali che devono essere riscontrate nella zonizzazione prevista dalla legge istitutiva, mentre dall’altro, nella verifica dell’articolazione in Unità di paesaggio, emerse dalle analisi paesistiche, e nella loro interpretazione critica.

 

 
 

Fig. 30 Sintesi valutative

 
 

Fig. 29 Caratteri delle componenti strutturali: "la natura".

 
 

Fig. 30 Caratteri delle componenti strutturali: "la storia"

 
 

Fig. 31 Caratteri delle componenti strutturali: "l’immagine".

 

LA FORMAZIONE DEL PIANO.

L’ARTICOLAZIONE DELLE ATTIVITA’.

Il programma inizialmente previsto si é precisato, anche alla luce delle indicazioni espresse dal Documento Programmatico, come sinteticamente rappresentato dallo specchietto:

Come appare dallo schema, il programma prevede tre fasi principali - analisi, valutazioni, elaborazioni progettuali - peraltro largamente sovrapposte ed interagenti. Ciascuna delle tre fasi affianca alle elaborazioni tecniche affidate ai consulenti le verifiche interne all’Ente Parco (Comitato esecutivo, Direzione, Commissione ambiente e Comitato tecnico-scientifico) ed esterne. Particolare rilievo hanno assunto a quest’ultimo riguardo gli incontri con i Comuni e con le associazioni degli agricoltori, soprattutto nella fase di messa a punto e successivamente di verifica della bozza preliminare delle proposte progettuali. Naturalmente, come mostra lo schema, il processo di formazione del PA non ha avuto, ne avrebbe potuto avere, un andamento rigidamente sequenziale, poiché al contrario assai numerosi sono stati i ritorni e le retroazioni dalle fasi propositive a quelle valutative, o da queste a quelle propriamente analitiche: tipicamente per gli aspetti urbanistici, per i quali l’elaborazione delle proposte, alla luce dei problemi discussi coi Comuni interessati, ha assai spesso comportato approfondimenti sul campo e più mirate valutazioni.

L’insieme delle analisi valutative, e dei loro principali risultati, é dettagliatamente esposto nei documenti prodotti nel corso dei lavori, raccolti e riorganizzati nel documento riassuntivo "Analisi per il PA", che costituisce, a norma della legge istitutiva, uno degli elaborati del PA (Occorre peraltro avvertire che 1’articolazione delle analisi qui esposta si e in parte modificata nel corso dei lavori e non corrisponde perfettamente a quella riportata nel suddetto documento). Rinviando a tale documento per ogni considerazione di maggior dettaglio, nella presente Relazione ci si limita ad alcuni essenziali richiami di metodo (nel presente paragrafo) e di merito (nel paragrafo successivo). Le analisi sono state articolate in 6 aree tematiche, ciascuna delle quali ulteriormente suddistinta in settori:

1.Assetto naturalistico-ambientale:

    1. Geomorfologia ed idrologia
    2. Flora e vegetazione
    3. Fauna ed ecosistemi

2.Assetto storico-culturale:

2.1. Strutturazione storica del territorio

2.2. Patrimonio storico-culturale

2.3. Patrimonio archeologico e paleontologico

2.4. Paesaggio

3.Assetto produttivo:

3.1. Usi e strutture agricole e forestali

3.2. Usi e strutture estrattive

3.3. Altre utilizzazioni economiche delle risorse

4.Assetto socioeconomico:

4.1. Demografia e attività residenziali

4.2. Attività turistiche e ricettive

4.3. Altre attività economiche e sociali

5.Assetto urbanistico e infrastrutturale:

5.1. Urbanistica

5.2. Infrastrutture e reti tecnologiche

5.3. Servizi ed attrezzature pubbliche

6.Quadro programmatico:

6.1. Piani regionali e provinciali

6.2. Piani regolatori comunali

6.3. Altri piani, progetti, programmi.

La suesposta articolazione merita qualche commento:

  1. In primo luogo va notato che tale articolazione – che in qualche misura interessa non solo la fase analitica, ma anche quella valutativa e quella propositiva – ha un significato essenzialmente organizzativo e non esclude, anzi prevede, stretti collegamenti tra i diversi settori coinvolti.
  2. -Un primo livello di coordinamento, a carattere essenzialmente operativo, si realizza tra settori diversi in relazione alla comunanza di oggetti da indagare o di problemi da affrontare.

    -Un secondo livello di coordinamento, a fini soprattutto valutativi, si realizza nell’ambito di ciascuno degli "assetti" considerati, ciascuno dei quali richiede, com’è evidente, il contributo di competenze disciplinari diverse, che debbono in qualche modo interagire, onde consentire di valutare in termini complessivi le componenti ed i sistemi di relazioni più significativi per quell’assetto.

    -Ma soprattutto un terzo livello di coordinamento, a fini valutativi e progettuali, deve essere realizzato tra i diversi assetti.

    A tale scopo, si configura una fase di sintesi che, come risulta dallo schema, si fonda largamente sulla griglia di lettura paesistica ed in particolare sulla individuazione e la valutazione delle "unita di paesaggio". Spetta a tale fase assicurare il passaggio da una lettura meramente "multidisciplinare" ad una lettura e ad un’interpretazione, almeno tentativamente interdisciplinare o transdisciplinare.

  3. In secondo luogo va notato che l’articolazione suesposta ha, per rapporto ai problemi da affrontare, pretese di esaustività e di organicità che non hanno trovato adeguati riscontri nelle concrete condizioni applicative, dati anche i limiti di tempo e di spesa. Le ricerche in programma di carattere analitico su specifiche tematiche hanno portato risultati disomogenei sia per il diverso grado di sviluppo raggiunto sia perché l’effettiva utilizzazione dell’ampio materiale conoscitivo già disponibile sui Colli si e rivelata spesso difficile (e in qualche caso impossibile) a causa della diversa finalizzazione delle ricerche svolte (con le conseguenti differenze in termini di scala delle rappresentazioni cartografiche, di grado di dettaglio o di disaggregazione dei dati, di funzionalità delle categorie descrittive ecc.). Infine, anche le difficoltà di collaborazione coi vari Enti cointeressati hanno contribuito a determinare carenze più o meno vistose nello sviluppo del programma di ricerche avviato. Sebbene questa circostanza abbia appesantito non poco il processo di elaborazione del PA, le sue conseguenze sul progetto sono state valutate alla luce di una considerazione metodologica più generale, che concerne il rapporto dialettico tra conoscenza e progetto nella pianificazione del territorio. Non si può infatti dimenticare che la conoscenza scientifica del territorio, basilare per ogni corretta proposta di pianificazione, e sempre intrinsecamente parziale, fluida ed incompleta, legata alla mobilità dei fronti d’avanzamento delle ricerche, all’incertezza dei dati scientifici e degli stessi paradigmi teorici di riferimento, alle difficoltà di dialogo interdisciplinare. E’ compito del progetto scontare 1’incertezza e la inevitabile parzialità dei dati conoscitivi, come e avvenuto in questo caso innescando in forma strumentale gli indispensabili approfondimenti mancanti e proponendo linee di gestione "aperte" all’avanzamento dei processi conoscitivi, piuttosto che "chiuse" su ciò che, ad una certa data, si conosce o si presume di conoscere.

 

IL RUOLO DELL’APPROCCIO PAESISTICO.

Nel tentativo di operare una sintesi efficace delle analisi valutative operate per i diversi "assetti" e settori considerati, un ruolo centrale e stato affidato all’approccio paesistico. Questo si e sviluppato a due livelli, uno più strettamente riferito al paesaggio sensibile - approccio "percettivo" - ed uno più ampio e comprensivo approccio "strutturale". Il primo, che si muove all’interno della dimensione "culturale" del contesto euganeo, trova specifiche motivazioni nell’evidente eccezionalità del paesaggio sotto il profilo iconico e visivo, ben testimoniata dall’iconografia storica. Alcune delle metafore che più vividamente hanno illuminato il percorso progettuale (come quella dell’"isola" e dei relativi "golfi", o quelle dei "giardini" o delle "scene" o degli "scrigni", per le quali si rimanda all’apposito Rapporto) nascono dall’approccio percettivo. Esso consente di riassorbire, nell’unitarietà dello "sguardo" gettato sul territorio, la pluralità degli elementi componenti, ed oltre un contributo insostituibile per il riconoscimento dei fattori caratterizzanti luoghi diversamente connotati, pur gravidi di problemi che il PA deve affrontare con specifica attenzione agli aspetti tematici. Il secondo tipo d’approccio paesistico fa invece riferimento ad una concezione più densa e comprensiva del paesaggio che, sebbene non ancora consolidata in condivisi paradigmi interdisciplinari, é stata ampiamente frequentata nella ricerca scientifica (soprattutto di scuola geografica, storica e urbanistica) e nel dibattito culturale apertosi in Italia sulla pianificazione paesistica dopo la L.431/1985.

Essa implica, per limitarci all’essenziale:

  1. il riconoscimento di uno stretto rapporto tra paesaggio e territorio, e della rilevanza dei processi di strutturazione storica territoriale nella configurazione dei testi paesistici (con particolare riferimento, nel nostro caso, al ruolo delle sistemazioni idrauliche e delle bonifiche, non meno che a quello dell’accolturazione agroforestale);
  2. il riconoscimento del carattere inevitabilmente dinamico del paesaggio, come prodotto storico evolutivo di processi sociali, economici e produttivi di comunità "territorializzate", e la conseguente apertura alle possibili evoluzioni degli attuali assetti paesistici;
  3. l’esigenza di una lettura "sinottica", unitaria del paesaggio, fondata sull’incrocio e la multisociazione delle diverse letture disciplinari, esigenza che trova nel nostro caso più specifiche motivazioni proprio in quella fusione di caratteri naturali- culturali che già la legge istitutiva aveva segnalato.

E’ nell’ambito di questa concezione che 1’approccio paesistico ha consentito di definire una "griglia" sinottica di lettura e valutazione meta progettuale, quale quella qui sinteticamente riprodotta, che ha agevolato 1’incrocio dei contributi settoriali.

 

Nella griglia, il paesaggio é riguardato come prodotto dell’interazione dinamica di una molteplicità di componenti, articolati in 7 "temi" particolarmente significativi per l’area in esame:

l’assetto geomorfologico

l’assetto naturale

le vie d’acqua

le vie di terra

l’insediamento agricolo

l’assetto urbano

il patrimonio storico.

Per ciascuno dei temi, 1’analisi valutativa delle componenti distingue:

Com’è evidente, la classificazione delle componenti ambientali nella griglia suesposta implica già un primo giudizio di valore (una componente strutturante é, ad esempio, "più importante" di una caratterizzante) ed un passo verso il progetto (riconoscere le situazioni "critiche" significa già orientare le misure atte a ridurre i fattori di rischio, degrado o alterazione): tuttavia é soltanto con le sintesi valutative (v.cap.33) che il processo valutativo considera esplicitamente e specificamente ogni singolo sito o risorsa.

Peraltro, la griglia di lettura "per componenti" sopra descritta non consente di cogliere quelle situazioni specifiche di interazioni tra componenti diverse nell’area dei Colli, rappresentate soprattutto da peculiari fusioni di elementi naturali ed elementi antropici, legati ai "segni del lavoro" agricolo e forestale più ancora che ai manufatti edilizi - che connotano spesso, inconfondibilmente, ogni singolo luogo. E’ per questa ragione che, negli studi per il PA, un ruolo centrale e stato attribuito alle "unità di paesaggio", intese come luoghi specificamente identificabili nell’insieme del paesaggio euganeo; o, più precisamente, come ambiti territoriali distinti da propri sistemi di relazioni visive, ecologiche, funzionali o culturali, relativamente stabili (e perciò strutturanti), tra permanenze e componenti caratterizzanti, che nell’insieme conferiscono ai luoghi una precisa fisionomia e una riconoscibile identità. Esse sono delimitate da confini in alcuni casi netti e forti, corrispondenti a precise connotazioni morfologiche, ma più spesso definiti solo da un’attenuazione delle relazioni di solidarietà tra le componenti ambientali di un’unita e con ampie sovrapposizioni con analoghe situazioni dell’unita limitrofa. Il riconoscimento delle "unita di paesaggio" non ha mero valore descrittivo, ma assume rilevanza normativa: infatti non soltanto le scelte del PA rispettano in chiave di lettura e valutazione le unita di paesaggio in quanto costituenti articolazioni peculiari del territorio euganeo, ma le valorizzano con una serie di attenzioni che trovano riflesso nella disciplina della tutela e con indirizzi progettuali che orientano la trasformazione innovativa di alcuni siti "strategici".

In quest’ottica, sono state riconosciute 26 unità di paesaggio, significative agli effetti del PA, e ricoprenti 1’intero territorio; e precisamente:

A Piana tra Monselice ed Este,

B Arquà Petrarca,

C Valle di Baone,

D Monte Cero,

E Valle S. Giorgio,

F S. Biagio,

G Cinto Euganeo,

H Lozzo Atestino,

I Valbona,

J Valnogaredo e Fontanafredda,

K Valle di Faedo,

L Vò e Boccon,

M Valletta Abate Barbieri,

N Villa di Teolo,

  1. Teolo,

P da Rovolon a Zovon,

Q da Bastia a Treponti,

R Luvigliano,

S Praglia,

T Torreglia,

U Torre al Lago,

V Catajo,

W Galzignano,

Y Valle Cengolina,

X Battaglia,

Z da Monticelli alla Rocca di Monselice.

 

GLI SBOCCHI DEL PA.

Le sintesi valutative hanno consentito 1’esplicitazione delle strategie del PA, la cui discussione ha costituito un momento fondamentale di confronto con le istanze programmatiche degli enti locali (vedi cap.4). Da questo ha preso le mosse lo sviluppo del progetto del PA, in tre distinte e interrelate articolazioni:

  1. per parti di territorio, e più precisamente: la) per zone e sottozone soggette a disciplina differenziata, già distinte dalla legge istitutiva e ridefinite dal PA in: RNI, zone di riserva naturale integrale, RNO, zone di riserva naturale orientata, PR, zone di protezione agroforestale, PA, zone di protezione agricola, UC, zone di urbanizzazione controllata; 1b) per unità di paesaggio, intese come luoghi caratterizzati da specifici sistemi di interazioni tra componenti di diversa natura (tali unità si sovrappongono alle zone, abbracciando aree appartenenti a zone diverse); 1c) per zone limitrofe al Parco, per le quali devono essere precisati gli indirizzi di pianificazione territoriale da osservarsi nella formazione dei piani ai fini della tutela paesaggistica ed ambientale.
  2. per settori d’attività o d’intervento: attività incompatibili, attività estrattive, impianti di diffusione radiotelevisiva, suolo e sistemi d’interesse geomorfologico, corsi e specchi d’acqua e zone umide, canali e sistemi irrigui, elementi e sistemi d’interesse naturalistico; boschi e gestione forestale, attività ed insediamenti agricoli, attività ed insediamenti produttivi, attività ed insediamenti urbani, viabilità, parcheggi e trasporti, aree ed attrezzature per il turismo e la fruizione, servizi ed attrezzature per l’uso del Parco, aree, reti ed impianti tecnologici, centri storici ed insediamenti sparsi d’interesse storico-culturale (ville, pievi, conventi ed altri complessi isolati), paesaggi agrari ed elementi singolari d’interesse paesistico.
  3. per Progetti d’attuazione, che costituiranno, nell’ambito della gestione del PA, lo strumento fondamentale per il perseguimento degli obbiettivi di valorizzazione del Parco e di sviluppo socioeconomico delle comunità locali, da articolarsi anche con Programmi Biennali d’intervento di cui all’art.13 della legge istitutiva. I Progetti sono distinti tra quelli localizzati e quelli tematici: i primi rispondono alla necessità di una definizione operativa per interventi localizzati di particolare complessità, individuando per tali approfondimenti appositi indirizzi e requisiti di integrazione degli operatori e di unitarietà degli ambiti di intervento (Progetti integrati e Progetti unitari). I progetti tematici rispecchiano le problematiche di maggiore rilevanza per la parte del PA che prevede azioni ed interventi di valorizzazione settoriali: Progetto Cave, Progetto Antenne, Progetto Agricoltura, Progetto Agriturismo, Progetto Boschi, Progetto Flora e Fauna, Progetto Animazione, Progetto Percorsi, Progetto Centri storici ed edilizia rurale, Progetto Ville, Progetto Museo. Per ciascun Progetto di attuazione nel PA sono precisati: obbiettivi, campo di applicazione, problemi da affrontare, indirizzi e priorità di intervento, vincoli e condizioni da rispettare, soggetti coinvolti, competenze, responsabilità, valutazioni sommarie di fattibilità.

Il progetto di PA, articolato nei suoi contenuti nelle parti sopra descritte, é presentato in elaborati secondo quanto richiesto dalla legge istitutiva, all’art.3, consistenti in:

  1. analisi e documentazioni, raccolte in un allegato tecnico con riferimento alle ricerche settoriali presentate secondo 1’articolazione sopra richiamata;
  2. relazione illustrativa degli obbiettivi, dei criteri adottati, dei caratteri e dei problemi del territorio in esame, delle motivazioni e dei contenuti delle scelte del PA;
  3. tavola di Piano a scala 1:10000 ed altre rappresentazioni grafiche di inquadramento territoriale e funzionale, a varie scale;
  4. norme di attuazione (generali, per settori, per parti di territorio, per progetti);
  5. programma finanziario di massima, con relative priorità.

Il progetto di PA, così composto, deve essere adottato, ai sensi dell’art. 5 della legge istitutiva, dal Consiglio dell’Ente Parco, quindi depositato presso la Segreteria dell’Ente stesso e dei Comuni interessati per 30 gg., affinché chiunque possa, nei successivi 30 gg. presentare all’Ente la propria osservazione. Entro 60 gg. l’Ente lo trasmette alla Regione - unitamente alle osservazioni e alle relative controdeduzioni dell’Ente stesso - per l’approvazione da parte del Consiglio Regionale.

 

SINTESI DEL PARCO.

Il piano ambientale dei Colli Euganei, è uno strumento che rientra nella disciplina regionale, ma che attraverso la delega, è stato fatto riferire o comunque fa parte del piano territoriale di coordinamento provinciale, il PTCP con evidenti caratteri paesaggistici.

Prende spunto a seguito di una serie di vicende che hanno interessato la zona del comprensorio e soprattutto dalla legge Galasso.

Il Piano è stato adottato dall’ente parco in seguito alla delibera del consiglio del parco con Legge n.10 del 30 Ottobre 1989, legge importante, soprattutto in base alle questioni legate alla Salvaguardia. Non a caso durante il percorso, il piano, ha trovato dei problemi, causati da una serie di leggi ormai scadute e soprattutto, prima dell’adozione, da una serie di norme di Salvaguardia scadute.

Il Piano è stato adottato il 6 maggio 1994.

L’art. 5 sempre delle L. 10 prevede che la gestione avvenga di concerto fra i diversi comuni che rientrano nell’area, supportati dalla Provincia che in questo caso funge anche da garante.

Nei 30 giorni successivi, all’adozione, il piano è stato esposto , scaduto il termine com’è nella prassi comune si è proceduto a raccogliere le osservazioni, sono state presentate le controdeduzioni e dopo i canoni 30 giorni si è proceduto all’invio dello strumento per l’approvazione finale.

Il Piano Ambientale, così adottato è stato trasferito a Venezia ( Regione).

Qui è stato sottoposto al parere della Commissione Tecnica Regionale e poi inviato alla Commissione Consigliare Urbanistica.

Con Delibera n 74 il 7 ottobre del 1998 è stato Approvato.

Il Piano Ambientale è stato già variato tre volte attraverso l’applicazione di varianti parziali e correzioni cartografiche, attraverso l’adozione di procedure abbreviate, che consentissero di limitare i tempi, nell’esecuzione delle modifiche.

Il parco è sorto in un’area che per molti aspetti è del tutto caratteristica e completamente diversa da altri contesti, questo porta a dire che il Piano Ambientale e il piano per il Parco sono per la consistenza demografica, basti pensare al bacino di utenti, con una popolazione insediata di circa 40.000 unità, per la particolarità territoriale, una vera eccezione, basti pensare che a differenza di molti altri, non si riferisce ad un solo ambito, ma comprende tante e distinte zone, ciascuna rilevante.

Il piano oramai esiste da 10 anni e purtroppo quelli che erano i suoi contenuti profondamente validi un decennio fa, si sono dimostrati più di una volta vecchi e sorpassati a tal punto, che in più di un occasione si è dovuti ricorrere ad una rivisitazione dei vincoli e delle salvaguardie.

Esistenza di vincoli - vincolo di salvaguardia integrale e vincoli relativi alle previsioni dei PRG dei comuni dell’area contenuta nel piano.

Il piano è suddiviso come unità di paesaggio ed procede attraverso una sorta di analisi e di relativi interventi.

Questo a portato alla formazione e all’applicazione di una serie di schede operative, che si propongono di censire il territorio comprensivo di tutti gli elementi che lo costituiscono.

 

LE UNITA’ DI PAESAGGIO.

Come si è già anticipato 1’analisi dei caratteri e dei problemi del territorio del Parco, condotta sotto i diversi profili di lettura sopra richiamati ed integrata dalle valutazioni di sintesi esposte nel paragrafo precedente, consente non soltanto di specificare gli obbiettivi da perseguire col PA nell’insieme del territorio protetto, ma anche di meglio comprendere come essi debbano articolarsi nelle sue diverse parti. L’articolazione in "luoghi", diversamente caratterizzati ed in quanto tali riconoscibili dagli abitanti e dai visitatori, costituisce in questo senso un passaggio obbligato verso il progetto. Il riconoscimento e la descrizione delle Unita di paesaggio risponde a questo scopo. L’ampia definizione delle Unita di paesaggio, qui adottata ha alcune implicazioni rilevanti.

Anzitutto essa elimina la possibilità di basare il riconoscimento delle Unita su criteri meramente "visivi" o percettivi essendo la loro identità determinata attraverso l’osservazione di elementi talora anche invisibili o latenti. E’ in questo senso preciso che il riconoscimento delle Unita costituisce l’integrazione delle letture multidisciplinari condotte sull’intero territorio.

In secondo luogo, le Unità non possono in alcun modo assimilarsi a "zone omogenee" definite tali dalla legge istitutiva, in fatti, la compresenza, in ciascuna di esse, di componenti eterogenee e situazioni differenziate che le caratterizzano e che costituiscono il loro "valore aggiunto", non permettono di considerarle come la semplice somma dei valori delle singole componenti, che le costituiscono.

In terzo luogo, deve essere chiaro che il riconoscimento delle diverse Unita non corrisponde in alcun modo ad una sorta di suddivisione del territorio Euganeo in parti distinguibili, ma ciò rappresenta al contrario la ricchezza della sua diversificazione interna.

Cosi definite, le Unita di paesaggio rappresentano essenzialmente uno strumento descrittivo ed interpretativo del territorio e del paesaggio Euganeo, costituendo uno "snodo" fondamentale del percorso di formazione del PA, tra quelle che sono le analisi valutative ed il progetto.

Le 26 Unità, che sono riconosciute dal Piano rappresentano anche i luoghi nei quali si coordinano e si motivano le diverse scelte compiute, sia di tutela conservativa che di recupero e valorizzazione. Non a caso proprio dalla loro descrizione orientata che prende le mosse la determinazione normativa del Piano.

Le Unità sono accompagnate da tavole illustrative che mostrano 1’articolazione delle 26 Unita sul territorio del Parco, il Pa poi contiene una serie di schede che offrono una sintetica descrizione di queste stesse unità.

Ogni Scheda e corredata da uno schema grafico, che evidenzia le relazioni visive e percettive caratterizzanti 1’Unita stessa.

Esse trovano poi riscontro nelle tavole di Piano, in termini di differenziate misure di vincolo o salvaguardia o di proposte d’intervento riqualificativo. Nell’apposita tavola illustrativa sono invece evidenziate le connessioni ecologiche che strutturano ciascuna Unita – e che, nel contempo, legano tra loro le diverse Unità ed il complesso dei Colli al contesto padovano. Si tratta, come si può notare, di una rete connettiva piuttosto densa e diffusa, molto più solida e consistente di quella configurabile con le sole aree di riserva naturale; ma, nello stesso tempo, con un ruolo insostituibile anche nella strutturazione interna di ciascuna Unità. Analogamente vengono illustrate le principali relazioni funzionali da considerare ai fini della valorizzazione del sistema di risorse che caratterizza ciascuna Unità. Anche in questo ci porta a dire che la trama connettiva trova la propria espressione dell’intero sistema dei Colli.

Fig. 32 Connessioni ecologiche e Unità di Paesaggio

Fig. 33 Relazioni funzionali e Unità di Paesaggio

Fig. 34 Unità di Paesaggio

Fig. 35 Schede descrittive delle Unità di Paesaggio

 

FINALITA’, GOVERNO E STRUMENTI DEL PARCO.

Il Parco ha il compito di tutelare i caratteri naturalistici, storici e ambientali del territorio dei Colli Euganei e di promuovere, anche mediante sostegni tecnico-finanziari, le attività economiche tradizionali e quelle compatibili con le esigenze di tutela dell'ambiente naturale e storico.

La gestione dell'area protetta è stata demandata dalla Regione all'Ente Parco dei Colli Euganei, che è un ente di diritto pubblico regionale, il cui consiglio è formato da tre consiglieri per ciascun comune del parco e da cinque rappresentanti dell'Amministrazione provinciale.

Il governo del Parco è quindi stato delegato agli stessi enti locali (comuni) che in tutto o in parte sono compresi nell'area protetta; i comuni interessati sono: Abano Terme, Arquà Petrarca, Battaglia Terme, Baone, Cervarese S. Croce, Cinto Euganeo, Este, Galzignano, Lozzo Atestino, Monselice, Montegrotto Terme, Rovolon, Teolo, Torreglia e Vò Euganeo. Il Parco è stato istituito con la legge regionale 10 Ottobre 1989 n°38.

La legge istitutiva ha fissato i principali strumenti di cui l'Ente si deve dotare per il governo del Parco e cioè:

Il Piano ambientale del Parco è stato adottato dal Consiglio nel maggio del 1994.

L'Ente ha approvato il Regolamento amministrativo ed inoltre il Regolamento per la raccolta dei funghi e quello per la disciplina della raccolta della flora spontanea.

 

LE STRATEGIE DEL PIANO.

Le strategie che il Piano Ambientale (PA) utilizza, sono la conseguenza alle problematiche che sono emerse nel lungo processo di analisi che ha preceduto la formazione del piano stesso, anche in riferimento hai dati racconti nel DPP (Documento Programmatico di Progetto) del 1991 e si riassumono in:

L’analisi che il piano ha fatto delle strategie è stata accompagnata da un precisa elencazione degli obiettivi che ciascuna proposta conteneva, in relazione con quelli che erano le direttive del DPP e le linee strategiche che lo stesso PA aveva proposto, in relazione ai diversi corsi d’azione in base alle risorse disponibili e ai diversi settori d’attività che andava a toccare.

Le strategie possono spiegarsi così:

 

STRATEGIA A: GESTIONE DEL PATRIMONIO NATURALE E CULTURALE.

La definizione di questa strategia prende ampio spunto da alcune constatazioni che si sono potute fare durante il lungo processo di analisi e cioè dal fatto che l’intero patrimonio naturale, paesistico, storico e culturale del Parco era ed è tuttora sottoposto a gravi rischi e a disastrosi processi di degrado a seguito, dall’incontrollato sfruttamento delle sue risorse e del totale abbandono, ingrandito anche dal totale disinteresse dell’uomo.

Questi fenomeni di alterazione e di manomissione, se non adeguatamente contrastati, potrebbero determinare in poco tempo la perdita di un patrimonio di inestimabile valore.

Non a caso, il valore del suddetto patrimonio è dato non solo dalla somma delle innumerevoli bellezze paesaggistiche, ma anche da quelle storiche, culturali che nell’insieme danno forma e unitarietà al paesaggio dei Colli Euganei.

Da ciò chiaramente si comprende l’importanza di contrastare efficacemente i rischi e le tendenze disgreganti, attraverso un’adeguata limitazione delle attività che si compiono all’interno del Parco e qualora vi sia la necessità, la totale chiusura dell’impianto, causa principale del dissesto.

E’ chiaro che un tipo di strategia come questa non può non fare i conti con le realtà, fatta da individui il cui sostentamento è direttamente dipendente dall’utilizzo delle risorse e delle potenzialità del parco.

Non sono esclusi da tale analisi, altri due elementi considerevoli e cioè il patrimonio naturale e architettonico, con la complessità dei centri storici.

In seguito a tutte queste considerazioni, gli obiettivi che il PA si è proposto, in relazione alla gestione del patrimonio naturale e culturale si riassumono in:

  1. Conservazione e valorizzazione integrata del patrimonio complessivo che costituisce nei suoi numerosi aspetti l’immagine e l’identità del Parco;
  2. Miglioramento della naturalità del territorio e degli ecosistemi, attraverso la riduzione e se necessita anche l’eliminazione di tutti gli elementi di disturbo;
  3. Valorizzazione del paesaggio sensibile, attraverso la conservazione dei caratteri e delle relazioni strutturali;
  4. Conservazione, recupero e valorizzazione dei sistemi insediativi presenti;
  5. Promozione e conoscenza rivolti a far conoscere l’insieme delle bellezze presenti nell’area del Parco dei Colli Euganei.
  6. Merita un discorso a parte, la questione legata al patrimonio storico-culturale presente nell’area.

    Il Piano a questo proposito ha deciso di intervenire in modo diverso a seconda dell’importanza e dell’ubicazione del centro storico e dei beni architettonici in esso presenti.

    Molti ritengono che tale patrimonio architettonico, se opportunamente ripristinato, possa rappresentare una valido elemento di supporto, per la fruizione al Parco e per la definizione della sua immagine nel complesso.

    In questo senso la strategia propone una serie di interventi per cercare di consolidare il ruolo di tali centri storici e unità architettoniche, trasformandole in nodi fondamentali nel sistema fruitivo al parco, sedi delle principali attività culturali, informative e di servizio.

    A questo proposito il Piano ha previsto che sia per i centri storici, sia per i nuclei, l’individuazione di opportune aree di pertinenza, in relazione agli strumenti urbanistici locali.

    Strettamente connesso a questo discorso, vi è poi il recupero e la rifunzionalizzazione degli insediamenti rurali, considerati elementi costitutivi della trama complessa dei colli, il restauro e la valorizzazione dei beni d’interesse storico architettonico archeologico e paleontologico attraverso la possibilità di convertirli in musei.

    A questo proposito le varie proposte si sono concentrate verso il potenziamento delle realtà esistenti, quali Museo di Cava Bomba, Museo della Navigazione interna a Battaglia Terme, Centro internazionale degli studi petrarcheschi di Arquà ecc.

    Per l’ultimo ma non meno importante il recupero e la valorizzazione dei sistemi infrastrutturali d’interesse storico-culturale attraverso il ripristino delle vecchie vie d’accesso al Parco, la conservazione ed il ripristino dei reticoli di scoli e di canali, il restauro paesistico delle situazioni alterate da invasioni urbanizzative o da altri fattori di degrado.

    Per quanto riguarda il patrimonio naturale, il Piano disciplina gli usi e le pratiche a seconda dell’importanza delle componenti e a questo proposito ha classificato una serie di zone:

    Zone di particolare interesse naturalistico ambientale, distinte in:

  7. Riserve integrali (RNI) da sottrarre ad ogni interferenza antropica in grado di minacciare la sua integrità.
  8. Riserva orientate (RNO) nelle quali oltre ad essere prevista la totale interferenza dell’uomo sono previsti anche interventi rivolti alla conservazione e al miglioramento in termini evolutivi dell’efficienza del sistema.
  9. Zone di protezione (zone PR) a prevalente connotazione agricola e più o meno densamente abitate

    Fasce di connessione, in aree agricole, tra le zone di specifico interesse naturalistico interne ed esterne al parco.

    Per quanto riguarda le linee d’azione il PA prevede che gli interventi si articolino in relazione ai diversi settori che possono essere distinti, in termini di:

    Riqualificazione dei sistemi boschivi, lotta al deterioramento genetico, eliminazione e riduzione dei fattori di degrado,

    gestione faunistica volta al controllo e al miglioramento degli equilibri biologici e promozione di attività di ricerca, informazione divulgazione ed educazione.

    Infine si può affermare che la salvaguardia diffusa dei valori paesistici si attua attraverso indirizzi e prescrizioni che investono l’intero sistema territoriale, integrando la disciplina posta in essere per ciascuna delle componenti. Gli indirizzi e le prescrizioni sono poi integrati con quelli che sono i contenuti discendenti dalla altre strategia contenute nel PA con particolare riferimento ai beni protetti dalla L. 431/1985.

     
     

    Fig. 36 Strategia A1: tutela e valorizzazione del patrimonio storico culturale.

     
     

    Fig. 37 Strategia A2: gestione del patrimonio naturale.

     
     

    Fig. 38 Strategia A3: tutela paesistica.

     

     

    STRATEGIA B: PER IL CONTROLLO DELLE ATTIVITA’ INCOMPATIBILI O AD ALTRO IMPATTO AMBIENTALE.

    La nascita di tale strategia è strettamente connessa al fatto, che la proposta di rimuovere, allontanare gli impianti e le attrezzature che da tempo sono insediate nel territorio del parco, non può essere realizzata semplicemente attraverso l’imposizione di "semplici" vincoli.

    L’obiettivo di tale proposta non è soltanto quella di impedire l’inserimento di altri impianti, nella zona, ma piuttosto la possibilità di delineare un percorso in grado di rimuovere quelle che sono le principali cause d’impatto, attraverso la cessazione delle vecchie concessione e il recupero e il reinserimento di tali aree nell’ambito naturale.

    Per riuscire a realizzare tali obiettivi, si è reso necessario l’intervento di numerosi soggetti, istituzionali e privati con i quali delineare modalità d’intervento che vanno oltre le capacità direttive del solo Ente Parco.

    La strategia in questione si prone di partire considerando:

    Le attività estrattive già disciplinate dalla legge 1097 del 1971 le quali devono essere rigorosamente controllate ed in ogni caso, gli interventi devo essere rivolti al miglioramento dei siti estrattivi, i prelievi dei fanghi termali, il controllo ed il ripristino delle cave ormai in disuso, la cui gestione ha richiesto un opportuno approfondimento ampiamente sviluppato nell’apposito Progetto Cave.

    Il progetto cave, è uno strumento aggiornabile a scadenze pluriennali, redatto dall’Ente in collaborazione con la Regione e le associazioni degli operatori.

    All’interno di tale studio, svolto contestualmente al PA, sono stabilite le modalità generali e specifiche d’intervento per ciascun sito estrattivo, con riferimento a quattro categorie:

  10. Ma, manutenzione;
  11. RE, restituzione;
  12. RQ, riqualificazione;
  13. TR, trasformazione.

Di notevole importanza è la distinzione poi tra quelle che sono le cave da trachite e le cave di calcare e di marna.

Per le prime si è prevista la totale chiusura alla cessazione dei termini prestabiliti, per le seconde invece il Progetto cave prevede la fissazione delle quantità di materiale trachitico esportabile e commercializzabile.

Un altro aspetto trattato è quello che fa riferimento agli impianti emittenti radiotelevisivi, distinti tra quelli locali e quelli di alta potenza.

La strategia si propone di ridurli entro limiti accessibili, rilasciando opportuni permessi ed eliminando gli impianti sorti abusivamente e non sottoposti ad adeguati controlli.

Sostanzialmente ci si propone di fare una cernita mantenendo quelli definiti necessari ed eliminando gli abusivi ed impedendo anche con l’applicazione di opportune normative le nuove installazioni.

Un altro aspetto considerato è quello relativo alle cementerie, considerato da molti quello a più elevato impatto paesistico.

Qui la questione è per certi versi un po’ più complicata, perché a differenza di quanto accadeva per le cave dove il numero di impiegati era relativamente basso e stimabile non superiore alla decina, gli addetti all’interno delle cave sono più di trecento, non contando poi il numero di addetti al trasporto su strada del materiale lavorato.

E’ chiaro fin da subito, che la questione che si viene a profilare è molto più delicata, in quanto gli aspetti che il PA deve fronteggiare vanno dall’impatto paesistico, alla rilevanza economica ed occupazionale, portandoci ad affermare che le strategie che si vogliono applicare esulano le competenze dell’Ente investendo direttamente quelle della regione.

La chiusura di tali siti, inevitabilmente pone chiari problemi di adeguamento, riconversione fisica e funzionale che devono essere discussi in opportune sedi all’interno delle quali l’Ente Parco può contribuire individuando i progetti più convenienti.

Per quanto riguarda gli altri impianti ad alto impatto ambientale, individuabili principalmente nei depuratori e nelle discariche, si prospettano criteri per evitare eccessive concentrazioni e soprattutto localizzazioni definibile improprie.

 
 

Fig. 39 Strategia B: controllo delle attività incompatibili o ad alto impatto.

 

 

STRATEGIA C: PER LA VALORIZZAZIONE AGROFORESTALE.

La definizione di tale strategia prende lo spunto da alcune considerazioni di fondo, fatte da l’insieme di analisi svolte e dai contributi critici derivanti dalla forze politiche e sociali coinvolte nella questione.

Esse riguardano:

- La centralità delle attività agricole ai fini della tutela dei caratteri specifici del paesaggio Euganeo, relativi alla difesa del suolo e degli equilibri ecologici;

- La necessità di politiche pubbliche di sostegno alle attività agricole e forestali, soprattutto nelle aree di maggior sensibilità ambientale;

- L’inopportuna e scarsa efficacia dei vincoli e delle limitazioni normative ai fini del mantenimento delle pratiche tradizionali, compatibilmente ad uno sviluppo ecocompatibile dell’agricoltura;

- L’opportunità di favorire l’integrazione dei redditi agricoli e il consolidamento della struttura aziendale basata su famiglie diretto-coltivatrici, favorendo lo sviluppo dell’agriturismo;

-La necessità di difendere e valorizzare le risorse agricole, in particolare i suoli di maggior fertilità

-La necessità di favorire l’adeguamento qualitativo degli insediamenti rurali, con il recupero del patrimonio edilizio.

Gli obiettivi attraverso i quali il PA si propone di intervenire sono:

  1. valorizzazione mirata delle attività agricole e forestali, con adeguate politiche di sostegno;
  2. promozione di tecniche e di pratiche colturali atte a conservare e a migliorare gli equilibri paesistici ad ambientali;
  3. tutela delle risorse agricole in particolare suoli e sistemi infrastrutturali;
  4. miglioramento dei servizi offerti (agriturismi), delle infrastrutture e del patrimonio edilizio.

E’ evidente il ruolo strategico che occupa l’agricoltura all’interno dei meccanismi di consolidamento del Parco e quindi inevitabile è lo studio di politiche che si propongano di incentivarlo.

Ecco perché si è previsto, sempre secondo quelli che sono i contenuti del PA l’inserimento dei Colli all’interno dell’ambito di intervento di quelle che sono le più generali politiche regionali e comunitarie di sostegno economico.

Sostanzialmente si propone la realizzazione di progetti di agevolazione sostenuti sia dal pubblico che dal privato, attraverso dei Programmi d’attuazione.

In questo senso l’Ente parco, promuove piani di intervento e di coordinamento di diverse aziende, stabilisce e propone direttive in base alle diverse modalità culturali.

Tutti questi interventi chiaramente rivolti al mantenimento dell’unità costitutiva che caratterizza i Colli Euganei.

Tra gli altri interventi che si propone c’è il miglioramento delle residenze, anch’esso basato sul recupero ed il ripristino degli insediamenti esistenti.

In questo senso ancora una volta il PA fissa gli indirizzi da seguire e che dovranno essere rispettati dai comuni in sede di formazione ed adeguamento degli strumenti urbanistici in applicazione della L. 24/1985, che riguardano le nuove localizzazioni, le tipologie edilizie, le modalità costruttive, in riferimento alla morfologia dei luoghi con l’utilizzo dei materiali e delle tecniche tradizionali.

 
 

Fig. 40 Strategia C: valorizzazione agricola

 

STRATEGIA D: PER IL CONTROLLO DELL’URBANIZZAZIONE.

Questa quarta strategia basa la sua azione su una serie di condizioni, tra tutte la convinzione che la gran parte delle minacce al Parco, riguardano le sempre maggiori pressioni urbanizzative e la sempre maggiore domanda di utilizzo della fascia perimetrale e delle aree contigue.

Da ciò emerge la necessità di organizzare la fruizione pubblica al parco attraverso una adeguata disponibilità di accessi e servizi che attraverso l’impiego di quelle che sono le aree che ricadono ai piedi del comprensorio e che riguardano anche i maggiori centri vedi es. Este o Monselice.

Tutto ciò ci porta a dire che la valorizzazione del parco può ed è importanti ricadute per le popolazioni locali, ed in particolare per la riqualificazione dell’assetto urbanistico delle aree di bordo.

Questo porta ad affermare con una certa sicurezza che le scelte inerenti l’urbanizzazione, debbono essere fatte in modo concreto secondo quelle che solo le prescrizioni comunali con la quali le decisioni dell’Ente Parco e delle Regione devono interagire, sia che esse ricadano all’interno del parco sia che esse ricadano nelle zone limitrofe.

A questo proposito, la legge istitutiva la n. 10/89 prevede che il PA abbia l’obbligo di pronunciarsi e di fissare gli indirizzi delle aree adiacenti, nonostante queste non ricadano nei confini propri del parco, ma che inevitabilmente a quest’ultimo sono connesse.

Tenendo conto di queste considerazioni gli obiettivi strategici del PA nei confronti dei processi di urbanizzazione possono riassumersi in:

  1. Favorire lo sviluppo e la qualificazione dell’assetto urbanistico in modo che esso oltre a rispondere hai bisogni delle popolazioni locali, migliori la qualità dei servizi e amplifichi le possibilità di fruizione al parco;
  2. Favorire l’integrazione del parco nel contesto ambientale e territoriale , attraverso il controllo dell’accessibilità alle aree urbane;
  3. Eliminare o per quanto possibile mitigare gli impatti negativi degli sviluppi urbanistici;

A questo proposito il PA ha ulteriormente suddiviso le aree di intervento distinguendole, in:

aree urbane consolidate che sono considerate le uniche in grado di svolgere funzione d’aggregazione ed organizzazione della vita associata, in relazione al modello di urbanizzazione diffusa che è prevalso negli ultimi decenni. Queste aree sono a loro volta ulteriormente distinte in:

centri storici e altre parti di vecchia formazione,

aree di recente espansione e quelle di ulteriore espansione previste dagli strumenti urbanistici,

i luoghi centrali, gli spazi e le attrezzature d’uso pubblico, alle quali sono rivolte politiche di intervento e qualificazione.

Non può in questo contesto venir meno una considerazione sugli sviluppi arteriali e reticolari che sono la diretta conseguenza dell’urbanizzazione diffusa che si è affermata nella pianura veneta ed in particolare nella fascia ai piedi dei Colli Euganei.

In questo contesto si prospettano interventi rivolti alla formazione e allo sviluppo di strutture reticolari appoggiate a nodi e a connessioni principali della trama storica insediativi tali da non intaccare dove possibile l’integrità degli spazi agricoli.

La realizzazione o il miglioramento dei sistemi infrastrutturali, dovrà essere realizzato nel rispetto degli strumenti urbanistici vigenti e solo in parte controllabili dal PA, in ogni caso valgono quelle che sono le ipotesi del suddetto piano, considerando che la maggior parte degli interventi sono connessi anche ai maggiori centri economici, come gli insediamenti turistico-termali e in prossimità dei maggiori insediamenti produttivi (industriali, commerciali, artigianali).

Per tutti in ogni caso vale l’esigenza di salvaguardare i vecchi borghi e dove possibile cercare di dirottare il traffico lontano dall’area del parco, a questo proposito vale la pena citare le proposte relative allo spostamento del traffico verso l’autostrada, anche attraverso la liberalizzazione del tratto Padova- Monselice.

A tutto poi si somma la necessità di localizzare il più possibile lontano dai maggiori centri di valore impianti ed infrastrutture suscettibili di produrre emissioni inquinanti o aventi effetti degradanti sul paesaggio.

 
 

Fig. 41 Strategia D: riordino urbanistico.

 

STRATEGIA E: PER L’ORGANIZZAZIONE E IL CONTROLLO DELLA FRUIZIONE.

La definizione di tale strategia parte da alcune considerazioni in riferimento ad opportune analisi valutative:

Sulla base di tali considerazioni, gli obiettivi strategici possono essere individuati in:

  1. Promozione di forme diversificate di fruizione integrata, delle risorse storiche, attraverso la realizzazione di opportune porte e accessi al Parco;
  2. Valorizzazione diffusa delle risorse, in funzione di un uso più equilibrato delle risorse stesse e di una migliore diffusione dello sviluppo economico delle comunità locali;
  3. Orientamento e controllo dei flussi e delle forme di fruizione del parco, onde evitare rischi di sovraccarichi. A questo proposito si prevede l’organizzazione di opportuni mezzi di trasporto all’interno del parco , attraverso la promozione di forme di mobilità non motorizzate ed eventuali limitazioni temporanee dell’accessibilità turistica motorizzata.
  4. Promozione del ruolo didattico, attraverso la formazione ambientale, l’istituzione di guardie poste al controllo, una rete articolata sul territorio di centri e attrezzature e punti d’informazione.
  5. La valorizzazione equilibrata, l’integrazione e riqualificazione dell’offerta turistica.

 
 

Fig. 42 Strategia E: organizzazione degli accessi e della fruizione.

 

MISURE DI TUTELA.

Il Piano ambientale, che può essere consultato presso i Comuni del Parco oltre che presso la sede dell'Ente, ha, tra l'altro, perimetrato e individuato le zone nelle quali valgono le misure di salvaguardia, fino alla sua approvazione da parte della Regione. Il rispetto delle norme di salvaguardia relative alla tutela dell'ambiente, del vincolo idrogeologico e forestale e del vincolo idraulico è attestato attraverso un unico nulla osta rilasciato dal Parco per ogni intervento nel settore edilizio.

E' vietato l'uso dei mezzi motorizzati nei percorsi fuoristrada, quindi anche lungo i sentieri, le mulattiere e i viottoli campestri: la sanzione può comportare oltre al pagamento della multa, anche la confisca dei mezzi.

 

IL VINCOLO PAESAGGISTICO.

Per tutelare il nostro ambiente lo Stato italiano ha deciso di ricorre attraverso la "legge Galasso", a una legge vecchia di quasi 50 anni – la legge 29 giugno 1939 n. 1497 "Sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche".

Nei Colli Euganei questa legge non è stata integralmente applicata.

La legge 29 giugno 1939, n. 1497 "Sulla protezione delle bellezze naturali e panoramiche" consta di 19 articoli e deve essere vista assieme al suo Regolamento di applicazione 3 giugno 1940, n. 1357.

All’art. 1 vengono stabiliti gli oggetti di tutela distinti in due categorie:

bellezze singole o individue

bellezze d’insieme.

Questi beni sono tutelati dallo Stato quando rivestono "notevole interesse pubblico" per il oro "cospicuo carattere di bellezza naturale o di singolarità geologica", per la "non comune bellezza", per "l’aspetto estetico e tradizionale" o perché "bellezze panoramiche" o "punti di vista o di belvedere accessibili".

L’art. 2 stabilisce che un’apposita Commissione, istituita da ciascuna provincia con decreto ministeriale, abbia il compito di compilare due distinti elenchi per le due diverse categorie di bellezze.

Gli elenchi a questo punto vengono approvati dal Ministro per la Pubblica Istruzione, pubblicati poi sulla Gazzetta Ufficiale, nel caso di bellezze d’insieme, o ai proprietari se si tratta di bellezze individue. Da questo momento in avanti, i beni sono sottoposti a vincolo. Questo comporta:

Art. 7: i proprietari dell’immobile vincolato "non possono distruggerlo né introdurvi modificazioni che rechino pregiudizio a quel suo sostenitore aspetto che è protetto dalla presente legge. Essi pertanto debbono presentare i progetti dei lavori che vogliono intraprendere alla competente Soprintendenza e astenersi dal mettervi mano sino a tanto che non ne abbiano ottenuta l’autorizzazione". Al Soprintendete, conclude l’articolo "è fatto obbligo di pronunciarsi sui detti progetti nel termine massimo di tre mesi dalla loro presentazione".

Per una zona soggetta a vincolo paesaggistico non è prevista dunque l’inedificabilità, bensì che qualsiasi progetto di modifica dell’ambiente deve ottenere il nulla osta della Soprintendenza.

L’art. 25 del regolamento precisa che nelle zone sottoposte a vincolo "i Sindaci non possono concedere licenze di costruzione se non previo favorevole avviso della competente Soprintendenza".

L’art. 5 della legge del 1939 contempla la possibilità per il Ministero della Pubblica Istruzione di disporre che per le "vaste località" incluse nell’elenco delle bellezze da proteggere vanga redatto un "Piano territoriale paesistico", al fine di impedire che le aree di quelle località siano utilizzate in modo pregiudiziale alla bellezza panoramica. Articolo questo che sarà ripreso dalla legge Galasso.

In base alla legge del 1939 la Commissione era composta da:

Soprintendenza ai Monumenti, Presidente dell’Ente Provinciale per il Turismo, rappresentanti delle Unioni provinciali dei Professionisti e degli Artisti, degli Agricoltori e degli Industriali, il Sindaco del comune interessato di volta in volta.

Era Presidente della Commissione, per la durata di un quadriennio un delegato del Ministero della Pubblica Istruzione.

La Commissione provinciale per la compilazione degli elenchi delle bellezze naturali ha conservato questa composizione fino al 1981.In realtà però fin dal 1976 questa composizione avrebbe dovuto cambiare, infatti nella Gazzetta Ufficiale del 27/1/76 venne stato pubblicato il DPR 3 dicembre 1975 n. 805 relativo all’"Organizzazione del Ministero per i beni culturali e ambientali".

Gli ultimi tre commi dell’art. 31 di tale decreto disponevano che:

"La Commissione provinciale prevista dall’art. 2 della legge 29/6/39 n. 1497, è composta dal Soprintendente per i beni ambientali e archeologici e da due esperti, di cui uno designato dalla Regione. La Commissione è nominata con decreto del Ministro e dura in carica quattro anni. La Commissione aggrega, di volta in volta, un esperto in materia mineraria, o un rappresentante del Corpo Forestale dello Stato, a seconda della natura delle cose e delle località da tutelare".

Prima della nomina della Commissione entrerà in vigore però una nuova legge: il D.P.R. n. 616 del 24 luglio 1977.

L’art. 82 di tale decreto stabilirà che "sono delegate alle Regioni le funzioni amministrative concernenti sia l’individuazione delle bellezze naturali che le attribuzioni degli organi statali centrali e periferici inerenti alle commissioni provinciali previste dall’art. 2 della legge 1497 e dall’art. 31 del D.P.R. n. 805 del 1975".

Da questo momento le competenze passeranno alla Regione. Le Regione Veneto disciplina le sue competenze in ordine all’aspetto che qui ci interessa con la L.R. 4 agosto 1978 n. 41 "Norme per l’organizzazione delle funzioni delegate in materia di beni ambientali".

Con la legge regionale 6 marzo 1984, n. 11 la Regione infatti subdelega alle provincie le funzioni concernenti la materia dei beni ambientali.

 

I VINCOLI PAESAGGISTICI NEI COLLI EUGANEI.

Il primo vincolo nei Colli Euganei, ai sensi della legge 1497/’39 è stato imposto solo nel 1956 e riguardava l’intero territorio del Comune di Arquà Petrarca, causa la possibile realizzazione di nuove strade.

Il secondo vincolo, quello della Rocca di Monselice, fu invece sollecitato direttamente dal Ministro della Pubblica Istruzione dell’epoca, dopo che esso aveva provveduto a bloccare delle costruzioni proprio sulle pendici del colle.

A questi vincoli ci sono voluti più i vent’anni e oltre quaranta decreti ministeriali per estendere questo tipo di tutela a pressoché tutto il territorio collinare euganeo.

Quasi ogni provvedimento è stato in fondo deciso non tanto sulla base di un disegno programmatico preciso, quanto piuttosto dalla necessità di arginare, o almeno tentare, di volta in volta, pericolosi interventi edilizi già approvati, o addirittura già in atto.

La maggior parte dei vincoli venne stata impostata, come si vede dal quadro riassuntivo, nella seconda metà degli anni Settanta, fino al 1980. Per i Colli questo è stato un periodo caratterizzato da pericolosi interventi, quali, l’assalto alle cave e le tante iniziative urbanistico-edilizie di carattere speculativo.

Per inquadrare questi avvenimenti bisogna ricordare che gli anni Settanta e la prima metà degli anni ottanta, non solo gli anni "dell’assalto alle cave", ma anche gli anni della speculazione edilizia, programmata questa, dalla maggior parte degli amministratori locali dell’epoca. Lo vedremo questo fatto emergere inequivocabilmente dalle vicende urbanistiche dei vari Comuni.

Forse se tanti vincoli sono passati nonostante l’avversione nei loro confronti, lo si deve per buona parte al grande clamore suscitato in quegli anni, non solo a livello locale, dal problema delle cave e dalla conseguente attenzione verso i problemi ambientali dei Colli.

I Colli Euganei già alla fine del 1971 vennero dunque a trovarsi in questa chiara situazione: da una parte protetti da una legge speciale votata dal Parlamento nazionale, la quale disciplina l’attività estrattiva, dall’altra ricoperti pressoché per intero da questo speciale vincolo paesaggistico contemplato dalla 1497.

Già allora c’erano tutte le premesse per applicare l’art. 5 della legge 1497, per predisporre cioè un "piano paesistico", o uno strumento di pianificazione sovracomunale equivalente o che comunque lo contenesse. In realtà dei tentativi in questo senso erano già stati avviati prima del 1970, ma senza risultati concreti, e nessun risultato arrivò neanche dopo il 1970.Abbiamo già citato questi tentativi avviati su iniziativa in particolare del Consorzio Valorizzazione Colli Euganei ed abbiamo anche già sottolineato l’accoglienza poco favorevole loro riservata in particolare dagli amministratori locali.

E sarà solo una legge nazionale a provocare l’attivazione di quegli strumenti di tutela che le amministrazioni locali hanno mostrato di non essere in grado di innescare di propria iniziativa.

 

IL VINCOLO MONUMENTALE.

Dello stesso anno della legge sul paesaggio , il 1939, risale anche un’altra fondamentale legge "protezionistica": la legge 1 giugno 1939, n. 1089: Tutela delle cose d’interesse artistico e storico. Essa introduce quello che comunemente viene chiamato "vincolo monumentale" in quanto sottopone a particolare tutela "le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnografico" …"compresi le ville, i parchi e i giardini che abbiano interesse artistico o storico". L’art. 2 aggiunge che possono essere sottoposte alla tutela prevista dalla legge anche "le cose immobili che, a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell’arte e della cultura in genere, siano state riconosciute di interesse particolarmente importante".

Ai fini della dichiarazione del vincolo, la legge distingue due casi, a seconda che i proprietari delle "cose" siano delle persone fisiche private, oppure siano degli Enti, sia pubblici che privati o ecclesiastici.

Nel primo caso, perché scatti il vincolo bisogna che il Ministro competente emetta un apposito decreto con cui viene dichiarato l’interesse dell’immobile e che tale decreto venga notificato al proprietario. Nel secondo caso il vincolo di tutela sui beni è indipendente dall’atto di notifica ufficiale del loro interesse particolare.

I proprietari delle cose di interesse artistico o storico tra gli altri obblighi hanno in particolare quello di sottoporre al competente Soprintendente ogni progetto di restauro o di modifica che intendano eseguire sull’immobile di loro proprietà al fine di ottenere la necessaria approvazione.

Le contestazioni nei confronti di questo vincolo sono state in genere meno accese che non quelle nei confronti del vincolo paesaggistico.

Non sono stati rari comunque i casi in cui gli strumenti urbanistici non hanno tenuto in debito conto l’opportunità di tutelare i complessi vincolati, prevedendo quanto meno delle adeguate fasce di rispetto attorno ad essi. Molto spesso questa forma di tutela è stata imposta dagli organi di controllo, su sollecitazione quasi sempre della Soprintendenza.

 

IL VINCOLO IDROGEOLOGICO.

Il vincolo idrogeologico trae origine dalla legge 30 dicembre 1923, n. 3267 "Riordinamento e riforma della legislazione in materia di boschi e di terreni montani". Alla legge, che consta di ben 186 articoli, ha fatto seguito il Regolamento di applicazione, altri 193 articoli, approvato con Regio Decreto n. 1126 del 16 maggio 1926.

Gli scopi sono espressi dall’art. 1: "sono sottoposti a vincolo per scopi idrogeologici i terreni di qualsiasi natura e destinazione che, per effetto di forme di utilizzazione contrastanti con le norme di cui agli art. 7, 8, e 9, possono con danno pubblico subire denudazioni, perdere la stabilità o turbare il regime delle acque".

Art. 7: "Per i terreni vincolati la trasformazione dei boschi in altre qualità di coltura e la trasformazione di terreni saldi in terreni soggetti a periodica lavorazione sono subordinate ad autorizzazione del Comitato forestale e alle modalità ad esso prescritte, caso per caso, allo scopo di prevenire i danni di cui all’art.1".

Art. 8: "per i terreni predetti il Comitato forestale dovrà prescrivere le modalità del governo e della utilizzazione dei boschi …, le modalità della soppressione e utilizzazione dei cespugli aventi funzioni protettive, nonché quelle dei lavori di dissodamento di terreni saldi e della lavorazione del suolo nei terreni a coltura agraria, in quanto ciò sia ritenuto necessario per prevenire i danni cui all’art.1".

Art. 20: precisa che devono essere regolamentati anche i "movimenti del terreno che non siano diretti alla trasformazione a coltura agraria dei boschi e dei terreni saldi". Per tali movimenti bisogna informare l’Ispettorato forestale competente per territorio, il quale "potrà prescrivere le modalità della esecuzione dei lavori allo scopo di evitare i danni previsti" nel solito art. 1 della legge forestale.

Nelle zone sottoposte a vincolo idrogeologico ogni lavoro che può avere conseguenze sulla stabilità dei terreni è sottoposto al controllo di un organo apposito.

Pressoché tutta la parte collinare è coperta da questo tipo di vincolo, imposto molto tempo prima, e con una procedura meno sofferta rispetto a quella relativa al vincolo paesaggistico.

Gli organi competenti per l’esame dei vincoli richiesti nelle zone vincolate non sono naturalmente più quelli previsti dalla legge del 1923.

Gli Ispettorati Ripartimentali delle Foreste del Veneto sono stati soppressi con la legge regionale 15 gennaio 1985, n. 8 "Riorganizzazione delle funzioni forestali". Al loro posto sono stati istituiti per ogni provincia i Servizi Forestali regionali.

Il Comitato forestale, le cui competenze abbiamo visto all’inizio del capitolo, è stato invece sostituito fin dal 1926 dalla Camera di commercio, industria e agricoltura. Tale competenza è rimasta finché è entrato in vigore , il 1° gennaio 1978, il D.P.R. 24 luglio 1977, n. 616. All’art. 69 tale decreto ha previsto il trasferimento alle Regioni.

A questo passaggio di competenze ha fatto seguito l’approvazione da parte della Regione della legge regionale 13 settembre 1978 n. 52 "Legge forestale regionale".

 

I VINCOLI URBANISTICI.

La libertà d’iniziativa degli amministratori locali nei riguardi del territorio è stata certamente limitata dai "vincoli" di cui abbiamo parlato nei capitoli precedenti, ma non solo da questi: tutta una serie di limitazioni è venuta anche, e soprattutto, da normative specifiche che definiremo di tipo politici-urbanistico. Queste sono punti di riferimento in base ai quali è possibile valutare la politica urbanistica di ogni singola amministrazione comunale.

Fino al 1967 anno in cui è entrata in vigore la "legge urbanistica ponte", il grado di libertà goduto dagli amministratori nella impostazione della politica urbanistica comunale è stato pressoché assoluto, non tanto per la completa mancanza di norme, quanto per l’inosservanza delle stesse.

Era operante la legge 17 agosto 1942, n. 1150, la prima fondamentale legge urbanistica dello Stato Italiano. Questa obbligava ogni Comune inserito in appositi elenchi a dotarsi, con scadenze precise, di un Piano Regolatore Generale (PRG), mentre tutti gli altri Comuni dovevano adottare un Programma di Fabbricazione (Pdf), strumento meno incisivo e con funzioni più limitate.

Il PRG assumeva notevole importanza come documento qualificante della amministrazione comunale: questo documento era allo stesso tempo tecnico, politico, e culturale in grado di tradurre sulla carta il concetto maturato dagli amministratori riguardo l’organizzazione sul territorio della vita civile della comunità.

Nel 1967 a venticinque anni dall’entrata in vigore della legge urbanistica pochissimi comuni avevano soddisfatto quest’obbligo.

Con l’entrata in vigore della legge 6 agosto 1967, n. 765, si segnò una svolta nella storia dell’urbanistica sia nazionale che locale. Questa impose scadenze assai precise per la redazione dei piani urbanistici, ponendo oltre a queste anche dei vincoli per i Comuni inadempienti.

La maggiore novità fu quella relativa agli "standard urbanistici". Con il famosissimo Decreto 2 aprile 1968, n. 1444, che si configura come una carta dei diritti urbanistici dei cittadini, si fissò in 18 metri quadrati per ogni abitante insediato o da insediare la dotazione minima inderogabile di spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggio, con esclusione degli spazi destinati alle sedi viarie.

L’altro vincolo importante fu quello riguardante la densità edilizia per le zone rurali: 0.03 metri cubi per metro quadrato.

La preoccupazione principale in quegli anni sembrava quella di trovare gli espedienti per aggirare i "vincoli" posti dalla legge ponte, come se questi fossero stati in contrasto con gli autentici interessi della collettività. È in questo accentuato e programmato disordine urbanistico, che vengono impostate tante di quelle iniziative sbagliate di cui ancora oggi scontiamo le conseguenze. Tutti ancora oggi ,hanno il loro da fare per arginare l’assalto generalizzato.

Anche l’azione di controllo non era certo esente da incertezze e contraddizioni, anche assai gravi: proprio con il passaggio di competenze in materia urbanistica dallo Stato alle Regioni, avvenuto, il 1° aprile 1972, a seguito dell’entrata in vigore del Decreto 15 gennaio 1972, n.8, si aprì, per esempio, con le vicende a dir poco ambigue di Teolo e Monselice.

Ma nella fase di assestamento, dopo tale passaggio di competenze, nel corso degli anni Settanta, le cose indubbiamente migliorarono. Il Consiglio regionale, con il Provvedimento del 29 marzo 1973, n. 21, adotta delle "Direttive per l’approvazione dei piani urbanistici comunali": vengono ripresi in parte i vincoli previsti dalla legge ponte, e vengono fissati in oltre dei limiti per le espansioni residenziali e per gli insediamenti produttivi. Si tratta insomma di ulteriori "vincoli", ma attirati dal sistematico e sostanziale sabotaggio delle leggi esistenti messo in atto proprio da parte di quasi tutte le amministrazioni comunali.

Notevole incidenza sui piani urbanistici dei Comuni dei Colli assunse poi una specifica legge regionale. La n. 31 del 20 marzo 1975. "Norme per la salvaguardia delle risorse idrotermali euganee e per la disciplina delle attività connesse" la Regioni si impegnava con questa legge, tra l’altro, ad adottare un "Piano di utilizzazione della risorsa termale" disciplinando l’uso del suolo e del sottosuolo del bacino euganeo. In attesa di questo piano, che arrivò solo nel 1980 vennero bloccate tutte le previsioni di nuovi insediamenti termali contenute in molti piani regolatori.

Solo tra il 1978-79 tutti i Comuni euganei arrivarono ad avere uno strumento urbanistico almeno non in palese contrasto con la legge ponte. Questo regime non definito e soddisfacente, venne reso ancora più precario quando nella seconda metà degli anni Settanta venne a mancare ogni disciplina quadro intercomunale del territorio euganeo e contemporaneamente venne anche definitivamente abbandonato il progetto di Piano regolatore generale intercomunale elaborato secondo l’art. 12 della legge urbanistica 1942, dal Consorzio Valorizzazione Colli Euganei. Non arrivò tempestivamente, come abbiamo già accennato, il Piano termale previsto dalla legge del ’75. Fallisce sul nascere, senza produrre il minimo risultato positivo, l’esperienza dei comprensori con la legge 9 giugno 1975, n. 80 e definitivamente sepolti, dopo una sterile esistenza, con la legge 6 maggio 1985, n.47.

Sia a livello nazionale che regionale sono comunque da registrare nella seconda metà degli anni Settanta vari tentativi di aggiornamento della legislazione urbanistica tendenti ad assicurare più efficaci possibilità di programmazione degli interventi e di tutela del territorio.

A livello nazionale bisogna citare soprattutto la legge 28 gennaio 1977, n.10 "Norme per la edificabilità dei suoli", che introdusse fondamentali innovazioni, tra l’altro sul regime di proprietà dei suoli., sul problema degli oneri di urbanizzazione e su quello della gestione dei piani urbanistici comunali.

La Regione emanò una serie di norme, alcune delle quali di grande incidenza sul piano urbanistico e che, pur in un quadro in cui non mancano certo serie contraddizioni, possono ritenersi positive.

Oltre alla legge 27 ottobre 1977, n. 61, di attuazione della legge statale appena citata, vogliamo ricordare la legge 13 settembre 1978, n. 52: "Legge forestale regionale", ma soprattutto la legge 13 settembre 1978, n. 58: "Edificabilità e tutela delle zone agricole", legge indispensabile per seguire le vicende urbanistiche dei Comuni dei Colli. Dalla sua entrata in vigore, il 18 settembre, essa prevalse automaticamente sugli strumenti urbanistici comunali e fissa i criteri e i limiti entro i quali poteva essere consentita l’attività edilizia nelle zone agricole e boschive, nelle quali la tendenza da sempre dominante fu quella di inserire di tutto.

La fine della seconda legislatura regionale, venne accompagnata da una vera ondata di nuove leggi diciamo pure "positive". Citiamo in particolare la legge 2 maggio 1980, n. 40: "Norme per l’assetto e l’uso del territorio"; la legge 31 maggio 1980, n. 72: "Norme per la istituzione di parchi e riserve naturali"; la legge 31 maggio 1980, n. 80: "Norme per la conservazione e il ripristino dei centri storici del Veneto".

Ma tutte queste leggi nuove restarono parzialmente, se non totalmente inapplicate.

Difficilmente superabile in negativo è, l’esempio del "Piano di utilizzazione della risorsa termale" approvato dopo tante attese, proprio come ultimo atto della seconda legislatura, col già citato Provvedimento del Consiglio regionale 23 aprile 1980, n. 1111, entrato in vigore nel settembre dello stesso anno: si trattava di uno dei documenti centrali della storia politico-urbanistica dei Colli.

È fondamentale dal punto di vista urbanistico proprio l’art. 10 perché fissava in concreto limiti e criteri per i nuovi insediamenti termali e di conseguenza poi per tutte le infrastrutture connesse.

Anche il resto del piano termale suscitò perplessità non da poco. Apparentemente esso conteneva delle importanti indicazioni sul piano urbanistico-ambientale. Queste norme, stese oltretutto in modo superficiale, rappresentavano più che altro un espediente per tentare di rimediare alla mancata applicazione di leggi già approvate, come quella sui parchi o l’art. 9 della legge sulle

edificabilità nelle aree rurali.

Questo Piano termale sembrava quasi assumere un significato emblematico: ultimo provvedimento, come detto, della legislatura 1975-80, che segnava in fondo il tramonto , o quanto meno un grave appannamento, di quegli apprezzabili tentativi, affacciatisi proprio nella seconda metà degli anni’70, di ancorare la programmazione urbanistica a normative seriamente innovatrici e meno permissive. Nel corso degli anni successivi, si registrarono tutta una serie di iniziative, sia a livello locale che nazionale, che puntano a rimettere in discussione tanti dei risultati acquisiti. A livello nazionale questo succede con la legge n.10 del 1977.

Così a conclusione di intricati iter parlamentari, uscirono in particolare due leggi: la n. 94 del 25 marzo 1982: "Norme per l’edilizia residenziale e provvidenziale in materia di sfratti" e la n. 47 del 28 febbraio 1985: "Norme in materia di controllo dell’attività urbanistico-edilizia, sanzioni, recupero e sanatoria delle opere abusive". Leggi che nel tentativo di snellire, in realtà aumentarono la confusione, l’incontrollabilità e la discrezionalità nel settore urbanistico.

A livello regionale, si registrarono l’abrogazione della legge n. 58 del ’78 e la sua sostituzione con la legge n. 24 del 5 marzo 1985, praticamente con lo stesso titolo: "Tutela ed edificabilità delle zone agricole".

Di fronte a un tale quadro di comportamenti così altalenanti e contraddittori non c’è da sorprendersi che abbia notevolmente infastidito, ma anche creato gradi aspettative, la legge statale n. 431, dell’8 agosto 1985, nota come "legge Galasso": essa non faceva che rendere obbligatorio quel che si sarebbe dovuto fare da anni: e cioè l’introduzione, almeno per le zone di maggiore interesse ambientale, di una specifica normativa di tutela. Se si fossero applicate correttamente, e magari con un po’ di sensibilità, le leggi esistenti, certo non sarebbero servite leggi come questa.

Per l’adozione dei provvedimenti di tutela la legge Galasso stabilì, come sappiamo, la scadenza del 31 dicembre 1986. Ma altre importanti scadenze previste dalla nuova legge regionale sui parchi, quelle previste dagli articoli 10 e 11 della legge sulla edificabilità delle aree rurali, quelle per l’adozione dei piani regolatori da parte dei Comuni già dotati di Pdf si dovevano dotare.

Il PA comprende una descrizione generale relativa ai vincoli urbanistici, e delle descrizioni specifiche relativamente ai comuni di :

Teolo

Torreglia

Galzignano terme

Battaglia terme

Arquà Petrarca

Monselice

Este

Baone

Cinto Euganeo

Lozzo Atestino

Vò Euganeo

Rovolon

Cervarese Santa Croce

Montegrotto Terme

Abano Terme.

 

MISURE DI PROMOZIONE.

Il Parco ha realizzato iniziative per la promozione economica delle aziende agricole e interventi diretti per il risanamento dei boschi ed il recupero di sentieri escursionistici e agrituristici.

E' stato istituito un gruppo di guardie ecologiche volontarie, principalmente impegnate in compiti di prevenzione.

Un impegno prioritario è riservato al settore dell'educazione ambientale a vantaggio dei giovani; le iniziative sono svolte in collaborazione con le scuole e l'Amministrazione provinciale.

I finanziamenti per gli interventi di promozione sono a carico dell'Ente che utilizza le risorse finanziarie derivanti dal contributo annuale versato dalla Regione e dai Comuni del Parco: complessivamente circa 1.500 milioni l’anno. Il Parco ha anche ottenuto finanziamenti da parte dell'Unione Europea per il sostegno dell'attività agricola e per il recupero dei boschi e dei sentieri.
L'art. 37 della legge istitutiva stabilisce una clausola di priorità nel riparto dei finanziamenti regionali a favore dei soggetti pubblici e privati che realizzano interventi all'interno del Parco stesso: in questo senso gli interessati possono rivolgersi all'Ente per ottenere una attestazione utile a far valere la clausola di priorità.

 

PROGETTO "CINTURA VERDE".

Il Progetto "Cintura Verde" di basava sulla constatazione che sarebbe stato impossibile stabilire un pacifico rapporto fra territorio del parco e territorio circostante se si avesse dovuto puntare a creare all’interno di un perimetro definito un’isola ben protetta, ma si avesse lasciato tutti i dintorni ad uno sviluppo caotico e degradante.

Un basso livello della qualità della vita intorno al parco avrebbe comportato inevitabilmente, un esagerato interesse verso il parco stesso. L’isola avrebbe finito per essere presa d’assalto in tutte le forme possibili, e il parco non avrebbe potuto essere visto come il verde sostitutivo di quello dei centri abitati.

Una visione distorta di questo tipo non avrebbe fatto altro che aggravare, il problema della regolamentazione dei flussi dei visitatori verso il parco, in particolare in coincidenza con i tumultuosi momenti di fuga collettiva dalle città. Tutti avevano ben presente quanto succedeva nella maggior parte dei giorni festivi. Ma questa politica ambientale a isole avrebbe avuto anche un’altra ancor più deleteria conseguenza: si sarebbe andati inevitabilmente a caricare il parco di attrattive che in realtà erano proprie di normali aree ricreative dei centri abitati.

Sarebbe stato uno svilimento del concetto di parco e un ulteriore contributo all’aggravamento dei problemi della mobilità e del traffico. Il parco non doveva aggirare o eludere questi nodi: li doveva responsabilmente affrontare, valorizzando la cultura del verde e la qualità della vita.

Di non secondaria importanza sarebbe stato lo svolgimento da parte del parco dei Colli , di un ruolo attivo trainante nei confronti di tutte le autorità responsabili e dell’opinione pubblica per la istituzione di altre aree protette.

Alcune di queste aree protette, avrebbero potuto essere direttamente collegate al parco dei Colli, il quale doveva servire alla maturazione della nuova classe degli amministratori.

Ma le iniziative più concrete avrebbero dovuto venire da una politica di valorizzazione del verde quantomeno in tutta la zona ai margini del parco, a partire dal verde che avrebbe dovuto essere di pertinenza dei maggiori centri abitati costituenti il contorno dei Colli.

Questo verde avrebbe dovuto rappresentare una necessità di per se stesso, con l’importante funzione di fare da filtro all’area del parco.

 

ORGANIZZAZIONE DEI FLUSSI TURISTICI E PROBLEMI DEL TRAFFICO.

Il problema del traffico turistico, che si somma a tutte le altre componenti relative al traffico stesso, e tra i più seri e assillanti, e quindi tra le finalità del parco era stata opportunamente prevista anche (art. 2) "L’organizzazione dei flussi turistici presenti nelle zone euganee".

L’azione del parco in questo settore, per essere veramente efficace:

doveva saper incidere su aspetti di fondo che caratterizzavano modi di vita e organizzazione della nostra attuale società.

Finiva col diventare insomma, questo dell’organizzazione dei flussi turistici, uno dei test decisivi sulla reale portata innovativa dell’operazione parco. Il territorio infatti non poteva certo subire un assalto disordinato, vuoto di motivazioni e frenetico, di persone in fuga dal loro abituale, spesso alienante luogo di vita.

Una volta individuati gli obiettivi di fondo del parco, in funzione di questi andava impostato un insieme coordinato e coerente di provvedimenti, facendo un uso equilibrato e razionale sia di incentivi che di misure vincolistiche e di disincentivi.

La direzioni lungo le quali il traffico avrebbe assunto l’intensità maggiore erano:

    1. Padova – Praglia – Teolo – zone collinari di Castelnuovo e m. Grande – m. Madonna;
    2. Padova – zona termale Torreglia – zone collinari m. Rua e m. Venda;
    3. Padova – Battaglia – Arquà – Monselice.

Nell’ambito di queste zone le punte di traffico si sarebbero concentrate nelle giornate festive (soprattutto nei pomeriggi) e in particolare in quelli caratterizzati dalle migliori condizioni climatiche. D’altra parte questi rappresentavano gli assi lungo i quali, e attorno ai quali, si concentravano alcuni dei motivi di maggior richiamo anche tra quelli proposti proprio dal parco. Era chiaro che lungo questi assi andavano quindi esercitati, almeno inizialmente, i maggiori sforzi per controllare e migliorare la situazione. Fino a quel momento tutto era evoluto in maniera pressoché completamente spontaneistica.

In una inversione di tendenza si imponeva e poteva essere imposta giocando contemporaneamente su questi tre fronti:

 

DA COS’E’ FATTO IL P.A.

Il Piano Ambientale è costituito da:

 

I PROGETTI COLLEGATI.

1) Progetto Antenne, relativo all’installazione per scopi radiotelevisivi di antenne sul monte Cero.

La questione si è accesa a seguito della scoperta dell’esistenza di antenne non autorizzate. Per ovviamente bloccare tale fenomeno, l’Ente Parco ho proposto di censire tali situazioni, attraverso l’imposizione di determinate regole, dando la precedenza alle Concessioni pubbliche riconosciute, al fine di smantellare o bonificare le situazioni abusive.

Tale progetto non è stato adottato e attualmente è in fase di lavorazione.

2) Progetto Cave, che ha lo scopo di far cessare le precedenti autorizzazioni estrattive e portare alla chiusura dell’attività estrattiva della Trachite, un tempo ampiamente utilizzata nell’edilizia e nel restauro.

3) Progetto Musei, che si propone di riqualificare i siti archeologici esistenti e reinserirli in un contesto più ampio.( Museo Cava Bomba).

4) Progetto Agricoltura che si propone di incrementare l’attività agricola e di far conoscere i prodotti nelle maggiori fiere e mercati della provincia e della regione.

5) Progetto Agriturismo, che cercherà di consentire la realizzazione di unità abitative minime, in grado di ospitare i turisti e chi di passaggio.

6) Progetto Boschi, attraverso il recupero del patrimonio depauperato

7) Progetto Flora e Fauna, che introduce concetti, come il prelievo controllato.

8) Progetto Animazione

9) Progetto centri Storici.

10) Progetto Ville.

11) Progetto Musei e la realizzazione di interventi integrati, che hanno lo scopo di creare punti di raccolta e di penetrazione (porte e atrii del parco).

 

CARTOGRAFIA.

 

3

IL DISEGNO DEL PIANO.

Gli studi per il PA hanno messo in evidenza la stretta integrazione tra il territorio dei Colli e la fascia circostante di pianura "bonificata", che, in più tratti, la legge istitutiva ha escluso dal perimetro del Parco.

Tale integrazione si manifesta in rapporti complessi ed articolati di solidarietà ambientale e di unitarietà paesistica, e da luogo ad una molteplicità di problemi comuni. Gran parte dei problemi del Parco hanno origine e possono trovare soluzione nelle aree di bordo immediatamente circostanti. Tutto questo conferisce importanza cruciale sia alla questione delle "aree contigue" (alle quali il PA deve, in base alla legge istitutiva, estendere le proprie indicazioni), sia alla questione dei confini stessi del Parco, su cui il PA è chiamato ad intervenire verificando quelli definiti, provvisoriamente, all’atto dell’istituzione.

E’ del tutto evidente che le scelte per i confini e quelle per le aree contigue sono interrelate, e si collegano a loro volta alle scelte di disciplina da stabilire all’interno del Parco, mediante la "zonizzazione".

E’ quindi per pure ragioni di chiarezza espositiva che i tre , ordini di scelte – confini, aree contigue, zonizzazione – vengono in questo capitolo trattate separatamente. E’ importante notare come tutte le proposte che sono contenute nel piano, siano rivolta a favore di un ampliamento del parco al fine di poterlo collegare direttamente con le sue "capitali" storiche e con le aree di bordo che ne fanno parte integrante.

Il tracciamento del nuovo confine si e basato su alcuni criteri fondamentali e possono essere cosi riassunti:

A questi criteri di fondo si affiancano, ovviamente, criteri di chiarezza operativa (i confini proposti si appoggiano di regola a connotati o infrastrutture ben riconoscibili sul terreno) nonché di omogeneità. Nell'applicazione dei criteri di definizione dei confini, sopra esposti, occorre altresì tener presente l'inopportunità di includere nel perimetro del Parco un'eccessiva quantità di aree urbanizzate. Ciò allo scopo di evitare all’Ente Parco ulteriori aggravi gestionali, ma soprattutto per evitare un ulteriore peggioramento delle condizioni del Parco. Pertanto le proposte d'ampliamento assunte dal PA interessano essenzialmente le aree agricole che fanno parte integrante del paesaggio euganeo, escludendo di regola le aree urbanizzate perimetrali, salvo i centri storici più significativi e quelle aree per le quali il piano prevede operazioni trasformative strategiche per il Parco.

Più precisamente, in tali proposte, il territorio del Parco investe una superficie di 20087 ha, con un aumento del 35% rispetto al perimetro fissato dalla Legge istitutiva. Tale aumento e per il 76% concentrato nelle zone agricole di promozione. L'ampliamento investe in particolare: - i nodi principali di Este, Monselice, Abano, Battaglia; - i nodi secondari cioè le fasce costituite dalle piane bonificate. I nodi costituiscono storicamente i punti di accesso principali ai Colli, su di essi si fonda 1'intera struttura organizzativa del PA, e il loro inserimento nell'ambito del parco consente di coordinare e gestire in modo unitario gli interventi diretti agli accessi, al sistema della fruizione e della valorizzazione delle risorse, che costituiscono parte essenziale di diversi progetti di attuazione sia tematici (Progetto Percorsi, Progetto Museo, Progetto Animazione), sia integrati che unitari (ad Este, Monselice, Abano-Montegrotto, Treponti, Bastia, Vò vecchio).

 
 

Fig. 43 Proposta di ampliamento

 

PRE-PARCO, LE ZONE CONTIUE E LE ZONE LIMITROFE.

Per quanto riguarda 1'area di Pre-Parco (da istituirsi ai sensi del1'art. 4 LR 40/1984), le proposte emerse negli studi per il Piano Territoriale Provinciale riguardavano l’istituzione di un’area attorno a quella individuata dai confini reali del Parco con l’evidente scopo di creare una sorta di fascia protettiva. Non a caso infatti, le analisi valutative operate per il PA del Parco dimostrano che tale ambito poteva costituire un opportuno spazio di salvaguardia, nel quale assicurare un passaggio graduale dal regime di disciplina del Parco a quello valevole per le zone esterne, ed evitare quindi il prodursi di sviluppi ed interventi che potessero determinare effetti negativi nel Parco stesso, minacciandone gli equilibri ecologici e paesistici.

Secondo quelle che sono le previsioni del PA, tale ambito di Pre-Parco può senza difficoltà coincidere con le aree contigue previste dalla L 394/1991 (art.12), al fine di "assicurare la conservazione dei valori delle aree protette stesse". Tra le misure che vengono ad essere proposte a tal fine si possono citare quelle volte alla salvaguardia della visibilità dei Colli dai grandi canali di fruizione esterni, la tutela o la ricostituzione delle connessioni ecologiche fondamentali tra habitat interni al Parco e grandi risorse naturali esterne, la regolamentazione della caccia in termini tali da consentire una gestione faunistica unitaria all'interno ed all'esterno del Parco, la valorizzazione delle vie d'acqua e di terra per l'accesso al Parco stesso, la salvaguardia delle maglie strutturali del paesaggio agricolo che costituisce il contesto complementare ai Colli.

Analogo discorso si può fare anche in termini di previsioni insediative, in particolare sempre nel rispetto degli articoli della legge istitutiva al fine di riuscire ad assicurare l’omogeneità, si promuovono interventi inerenti a quelli che sono gli strumenti urbanistici vigenti, ricordando che sempre la stessa legge istitutiva prevede che il PA possa sostituire i PRG. Al fine di applicare i suoi contenuti si prevede la realizzazione di strutture aventi il chiaro intento di fungere da barriera verso l’esterno.

Altro scopo è il sostanziale tentativo di bloccare il più possibile il fenomeno di scempio e di degrado estetico, attraverso l’imposizione di adeguati vincoli da far rispettare su tutto il territorio.

A tal fine le cartografie di piano estendono le proprie indicazioni alle parti limitrofe ritenute essenziali per assicurare la coerenza e 1'omogeneità della disciplina.

L’ambito che queste zone contigue va a considerare è molto esteso e va chiaramente oltre quelli che sono i confini, in

questo senso si nota, che quelle che sono le previsioni, si riferiscono ad ambiti vanno che ,costituiscono una ridotta porzione delle ben più ampie aree contigue a di Pre-Parco. Pertanto le decisioni che la Regione deve assumere ai sensi della legge regionale 40/1984 e della legge nazionale 394/1991 potranno far riferimento:

1) all'ambito allargato sopra proposto, al cui interno il PA offre più specifiche indicazioni per le sole aree immediatamente limitrofe al Parco; oppure

2) alle sole parti limitrofe espressamente cartografate nel PA, limitando ad esse anche misure di carattere più generale che la legge consente di adottare nelle zone contigue.

 
 

Fig. 44 Perimetro del Parco, aree e zone contigue

 

LA ZOONIZZAZIONE.

Per quanto riguarda la zonizzazione, occorre anzitutto chiarire che l'articolazione del parco in zone diverse e diversamente disciplinate, secondo le indicazioni della legge istitutiva costituisce soltanto una parte della normativa espressa dallo stesso PA.

Il PA infatti, secondo la legge stessa e le più specifiche indicazioni dello stesso DPP, deve diversificare opportunamente la disciplina e le proposte d'intervento non solo in funzione delle suddette zone, ma anche in funzione dei caratteri specifici dei luoghi e delle risorse, dei tipi e degli scopi degli interventi. La legge stessa prevede specifiche normative per determinati settori d'attività (come tipicamente per le attività !estrattive) destinate ovviamente a "sovrapporsi" a quelle più generali stabilite per le zone. Analogamente i caratteri specifici dei luoghi, evidenziati mediante le Unità di paesaggio", devono trovare riscontro in apposite norme, anch'esse destinate a sovrapporsi a quelle delle zone.

A Ciò premesso, va ancora aggiunto che la classificazione proposta dalla legge istitutiva ai quattro tipi di zone, (corrispondenti alle salienti caratterizzazioni del territorio del parco) deve essere verificata e, fermi restando gli indirizzi fissati dalla legge, eventualmente corretta per procedere alla classificazione "definitiva".

La classificazione viene proposta in questo modo:

RN, zone di riserva naturale, che si suddividono in:

RNI, zone di riserva naturale integrale (corrispondenti alla omonime zone previste sia dalla legge istitutiva, sia dalla legge quadro);

RNO, zone di riserva naturale orientata (corrispondenti alla omonime zone della legge istitutiva);

PR, zone di protezione agro-silvo-pastorale, corrispondenti alle zone di protezione secondo le previsioni della legge quadro;

PA, zone di promozione agricola, corrispondenti alle zone agricole dalla legge istitutiva e alle zone di promozione economica e sociale della legge quadro

UC, zone di urbanizzazione controllato, corrispondenti alle omonime zone della legge istitutiva ad a parte di quelle di promozione economica e sociale della legge quadro.

A loro volta le zone di urbanizzazione controllata possono essere ulteriormente suddivise in modo da tenere conto di specifiche caratterizzazioni , in modo tale da essere trattate anche in diverso modo normativo, come per es. le zone specificamente destinate ad attrezzature, a spazi e servizi per la fruizione del Parco e le zone urbanizzate a scopi termali.

Analogo discorso si può fare per i monumenti naturali che costituiscono una particolare classe di opere da sottoporre ad adeguata tutela.

 
 

Fig. 45 Zonizzazione.

 
 

Fig. 46 Disciplina di tutela.

 
 

Fig. 47 Esempio scheda normativa per unita’ di paesaggio.

 

 

LA STRUTTURA NORMATIVA DEL PA .

I CRITERI DI BASE.

La struttura normativa del PA deve naturalmente rifarsi ai requisiti fissati dalla legge istitutiva, che tuttavia lascia un certo spazio interpretativo. I suoi contenuti tengono conto delle opzioni fissate nel Documento Programmatico Preliminare nonché delle indicazioni emerse dai dibattiti e dai documenti successivi che hanno portato a11a formazione del piano stesso.

I criteri base riguardano:

a) il ruolo d’indirizzo del PA.

Il PA deve svolgere fondamentalmente un ruolo d’indirizzo assai più che un ruolo meramente vincolistico. Tale ruolo deve potersi esplicare nei confronti di soggetti e momenti decisionali diversi, a vario titolo coinvolti nei processi attuativi: in primo luogo i Comuni (soprattutto per quel che riguarda la formazione e 1’adeguamento dei Piani urbanistici) e lo stesso Ente Parco (nella misura in cui si occuperà dell’iniziativa e/o il controllo di progetti e programmi attuativi). Un problema particolare si pone relativamente alle ricadute che gli indirizzi espressi dal PA per le zone esterne limitrofe al Parco dovrebbero avere sui comportamenti della Provincia e della stessa Regione: ricadute che dovranno presumibilmente essere regolate con atti distinti e successivi all’approvazione del PA.

Secondo quella che è una concezione che si sta da qualche tempo facendo strada, il ruolo d’indirizzo del Piano non può essere efficacemente esercitato che non sulla base di una corretta interazione con gli altri soggetti e momenti decisionali, ossia con un dialogo che consenta il passaggio di una reciproca informazione e che responsabilizzi il destinatario (dell’indirizzo di Piano) sui problemi da risolvere, piuttosto che porlo di fronte a scelte obbligatorie e senza alternative. Le norme esprimono la capacita’ direttiva del PA, pur senza rinunciare a quella capacita’ prescrittiva che e indispensabile per assicurare il rispetto degli obbiettivi fissati. Esse devono perciò contenere, in modo distinto:

-prescrizioni, immediatamente prevalenti, ove occorra, sulle norme urbanistiche o di altra natura eventualmente difformi;

-indirizzi, da seguire nelle successive determinazioni competenti ai diversi soggetti istituzionali.

Gli indirizzi devono avere il più possibile forma interlocutoria ed aperta ad esiti anche alternativi, esprimono. In altri termini, il PA deve evitare di predeterminare irrevocabilmente le scelte attuative, in tutti i casi in cui esse possano o debbano dipendere da decisioni che competano anche ad altri soggetti, pubblici o privati, o da eventi o circostanze non prevedibili, o ancora da approfondimenti conoscitivi e verifiche sperimentali da farsi in seguito, senza che ciò pregiudichi il perseguimento degli obbiettivi assunti.

L’interazione tra il PA e gli altri momenti di scelta e di decisione riguardano ovviamente in primo luogo gli strumenti urbanistici di competenza comunale soprattutto per le aree di bordo del Parco, i piani territoriali e di settore formati dalla Regione e dalle Province, ed in particolare i Piani di Bonifica e di tutela del territorio rurale, formati dai Consorzi di Bonifica ed approvati dalla Regione.

b) il ruolo della valutazione.

Per assicurare 1’efficacia del ruolo d’indirizzo del PA, consentendo una corretta interazione tra i diversi momenti decisionali, è necessario che ogni scelta possa essere adeguatamente e preventivamente valutata e discussa, alla luce degli effetti che essa potrà produrre. Ciò vale soprattutto in tutti quei casi in cui il PA lascia aperte possibili alternative, pretendendo però il rispetto di determinate condizioni, quali ad esempio la salvaguardia di determinate risorse. Il PA prevede perciò prevedere che tutte le azioni suscettibili di mettere a repentaglio le condizioni fissate vengano sottoposte ad un preventivo vaglio valutativo e tali valutazioni da operare devono fare stretto ed esplicito riferimento agli obbiettivi e agli indirizzi del PA. Inoltre le valutazioni da operare devono fare esplicito riferimento a quelle già operate per la formulazione del PA, in particolare alle sintesi valutative che pongono in evidenza, la sensibilità delle diverse aree territoriali e le principali situazioni critiche; nonché alle Unità di paesaggio, in quanto ambiti significativi per la valutazione delle interferenze negli esistenti sistemi di relazioni ecologiche, funzionali e paesistiche.

In conclusione, le norme quindi definiscono: le procedure da seguire per la valutazione delle scelte ai vari livelli decisionali (piani e programmi locali, progetti complessi, progetti puntuali); gli interventi da assoggettare a valutazione preventiva, in funzione delle specifiche normative del PA; i criteri valutativi da applicare con riferimento alle diverse aree e risorse.

c) 1’articolazione territoriale delle norme.

La differenziazione fondamentale, introdotta già con la legge istitutiva e ora specificata dal Piano, si basa sulla zonizzazione. Come si e visto nel paragrafo precedente, tale differenziazione non e sufficiente, poiché - come la stessa legge istitutiva prevede - il Piano deve disciplinare più specificamente determinate attività o settori d’intervento, dalle attività estrattive alla gestione forestale al recupero del patrimonio storico, indipendentemente dalle zone in cui ricadono. L’articolazione delle norme avviene, in funzione della zonizzazione già prevista dalla legge istitutiva capitolo II, capo II) le Unita di paesaggio capitolo II, capo III) le diverse categorie d’intervento, d’opere o di risorse (Titolo III) i Progetti tematici, integrati od unitari (Titolo IV).

INDIRIZZI NORMATIVI.

INDIRIZZI PER ZONE.

Nella logica della legge istitutiva, importanza fondamentale assume 1’articolazione delle norme in funzione della zonizzazione. Essa è inoltre di grande importanza ai fini del raccordo tra il PA e la disciplina urbanistica dei Comuni, soprattutto nelle aree di bordo dove più rilevanti sono i problemi di armonizzazione tra esigenze di sviluppo ed esigenze di conservazione e di tutela.

Gli indirizzi di fondo, desumibili in parte dalla legge istitutiva ed in parte dagli approfondimenti d’indagine operati, possono riassumersi come segue, distintamente per ciascun tipo di zona.

RN, zone di riserva naturale: gli obbiettivi del PA per tali zone sono definiti con sufficiente chiarezza dalla legge istitutiva, che le riconosce come zone di eccezionale valore naturalistico-ambientale, nelle quali le esigenze di protezione del suolo, del sottosuolo, della flora e della fauna prevalgono su ogni altra esigenza. La finalità conservativa, gli indirizzi gestionali e le limitazioni d’uso e d’intervento si specificano distintamente per le due sottozone previste.

RNI, zone di riserva naturale integrale: gli obbiettivi consistono nella conservazione integrale dell’assetto naturalistico e delle sue dinamiche evolutive, con 1’eliminazione o la riduzione di ogni interferenza antropica in grado di minacciarle. gli indirizzi gestionali sono essenzialmente orientati alla salvaguardia ed al mantenimento degli equilibri biologici ed ambientali in atto, con la prevenzione e l’eliminazione dei fattori di disturbo esterni e interni

RNO, zone di riserva naturale orientata: gli obbiettivi consistono nell’orientare l’evoluzione degli ecosistemi presenti verso condizioni di maggior efficienza biologica e di miglior equilibrio ecologico, riducendo progressivamente le interferenze antropiche. Discorso importante riguarda la fruizione che acquista particolare importanza data la maggior estensione di queste zone e richiede in particolare la tutela ed il restauro della rete sentieristica esistente.

Oltre agli scopi naturalistici, scientifici o didattici, la fruizione può avere carattere sportivo o ricreativo limitatamente a quelle attività che non richiedono 1’uso di motori o mezzi meccanici o di attrezzature fisse e che non comportano, comunque, apprezzabili interferenze sulle biocenosi in atto.

PR, zone di protezione agro-silvo-pastorali: gli obbiettivi per tali zone, caratterizzate dalla interconnessione tra valori naturalistici-ambientali e peculiari forme d’accolturazione, consistono nella conservazione, il ripristino e la riqualificazione delle attività, degli usi e delle strutture produttive caratterizzanti, insieme coi segni fondamentali del paesaggio naturale e agrario, quali gli elementi della struttura geomorfologica ed idrologica, i terrazzamenti, le siepi e le alberature. Gli indirizzi tendono essenzialmente a favorire e sostenere il mantenimento delle forme colturali tradizionali., Oltre alle utilizzazioni produttive tradizionali e compatibilmente con esse, gli ambiti interessati possono essere fruiti a scopi agrituristici, turistici, ricreativi, sportivi, didattici, scientifici e culturali, purché tali attività non richiedano nuove costruzioni o riusi incompatibili delle costruzioni esistenti, nuove strade o nuove infrastrutture – fatti salvi gli interventi infrastrutturali o per servizi esplicitamente previsti dal PA.

PA, zone di promozione agricola: gli obbiettivi per tali zone consistono nella promozione e nella qualificazione delle attività agricole, di pascolo e zootecnia che le caratterizzano, nel duplice ruolo di fattore strutturante del paesaggio e dell’ambiente euganeo e di fattore di base per 1o sviluppo economico e sociale del contesto territoriale. Gli indirizzi tendono a sviluppare la piena e razionale utilizzazione, ai fini agricoli produttivi, delle risorse e delle potenzialità ambientali, riducendo nel contempo gli impatti ambientali negativi e migliorando la qualità complessiva dell’ambiente. Compatibilmente con tali fini prioritari, gli indirizzi del PA tendono a migliorare la fruibilità sociale del territorio per un’ampia gamma di usi turistici, ricreativi, sportivi, didattici e culturali, che non richiedano nuove costruzioni od infrastrutture (salvo quelle esplicitamente previste dal PA), salvaguardando le aree e le risorse agricole da usi impropri o degradanti e contemporaneamente contenendo le spinte all’urbanizzazione diffusa.

UC, zone di urbanizzazione controllata: gli obbiettivi consistono nel favorire lo sviluppo, la riorganizzazione e la riqualificazione urbanistica in modo da assecondare le esigenze di sviluppo economico e sociale delle comunità locali, stimolando le più opportune sinergie tra la valorizzazione e la fruizione del Parco e le attività locali con particolare riguardo per le attività ricettive, turistiche, socioculturali e di servizio e riducendo od eliminando le ragioni di conflitto ed incompatibilità.

Gli indirizzi tendono principalmente al miglioramento dell’offerta urbana e della dotazione di servizi sociali e culturali (con particolare riferimento ai centri storici ed agli altri luoghi centrali), al compattamento e alla riqualificazione delle aree edificate (con i completamenti ed il ridisegno dei perimetri, il riordino delle aree di frangia, il rigoroso contenimento delle espansioni), alla ricomposizione dei margini urbani che fiancheggiano il Parco, alla formazione di spazi e strutture d’appoggio per gli usi del Parco, in particolare di varchi d’accesso in grado di svolgere funzioni d’informazione, orientamento e selezione dei flussi di visitatori.

INDIRIZI PER UNITA’ DI PAESAGGIO.

Gli indirizzi da seguire per salvaguardare 1’identita specifica di ciascuna Unità di paesaggio sono distintamente definiti nelle apposite Schede, allegate alle Norme d’attuazione, ciascuna de11e quali e corredata da uno schema grafico . Gli schemi grafici sono volutamente privi di base topografica, per rendere più evidente il fatto che le Schede disciplinano esclusivamente le relazioni evidenziate, essendo gli specifici oggetti territoriali già disciplinati dalle norme per settori d’attività o d’intervento.

 

INDIRIZZI PER PARTICOLARI CATEGORIE D’INTRVENTO, D’OPERE O DI RISORSE.

Gli indirizzi da applicare alle diverse categorie d’attività, d’intervento, d’opere o di risorse sono dettagliatamente esposte nelle norme d’attuazione, seguendo le indicazioni espresse nelle strategie. Essi sono articolati e individuati cartograficamente nelle tavole di Piano, secondo il seguente ordine:

Attività ed impianti incompatibili o ad alto impatto ambientale;

Cave e attività estrattive;

Acque superficiali e sorgive;

Elementi e sistemi d’interesse naturalistico;

Boschi e gestione forestale;

Attività agricole; Insediamenti agricoli;

Attività ed insediamenti urbani; Viabilità, parcheggi e trasporti; Aree, attrezzature e percorsi per il turismo e la fruizione;

Servizi ed attrezzature per gli usi del Parco;

Aree, reti ed impianti tecnologici;

Centri Storici ed insediamenti sparsi di interesse storico-culturale;

Beni di specifico interesse storico, artistico, culturale, archeologico, paesistico o documentario;

Aree di specifico interesse paesistico.

PROBLEMI DI COORDINAMENTO CON GLI STRUMENTI URBANISTICI

PROBLEMI DI CARATTERE GENERALE.

Dati gli obbiettivi del PA, uno dei principali problemi di raccordo tra il PA e gli strumenti urbanistici locali riguarda 1’edificabilità a fini agricoli nelle diverse zone del Parco. Le indicazioni date in proposito dai Piani locali ai sensi della L. regionale 5/3/1985 n. 24 non sono considerate soddisfacenti, poiché non tengono conto delle esigenze di tutela che il PA deve esprimere. Ciò può essere fatto risalire in parte alle disomogeneità con cui le indicazioni della legge stessa sono state applicate dai diversi comuni, in parte a carenze intrinseche alla norma di legge, che rendono possibile evadere i principi generali di tutela delle aree agricole.

Per queste ragioni la disciplina del PA interviene a tre livelli: modifica 1’applicazione indiscriminata dell’edificabilità ammessa dalla legge, nei casi in cui risulta necessaria una più efficace tutela ambientale e paesistica, con criteri omogenei per le zone di riserva RN e articolati per i diversi tipi di ambiti di specifico interesse paesistico; Identifica nell’Ente Parco il soggetto per la verifica della corretta applicazione della legge citata, da parte dei Comuni, imponendo 1’osservanza dei requisiti di legge sia agli strumenti urbanistici, sia riguardo alle procedure di autorizzazione e di concessione, anche con il recupero dei dati e dei vincoli pregressi.

In carenza di normative unificate per 1’applicazione della legge valgono, ai fini della identificazione delle zone di diverso valore agricolo, sia gli studi redatti dai Consorzi di bonifica per i loro piani, sia le indicazioni del Piano territoriale provinciale, sia ancora la distinzione tra zone di promozione e zone di protezione nel PA, assicurando la massima tutela alle prime.

L’altro fondamentale problema di raccordo tra PA e piani locali concerne il riordino urbanistico, in particolare nell’ampia fascia ai piedi dei Colli nella quale sono presenti i principali centri urbani e dove si infittisce la trama dell’insediamento diffuso. In generale, il coordinamento delle previsioni urbanistiche non può prescindere da alcuni riferimenti di fondo che sono:

a, i connotati geomorfologici e morfogenetici;

b, i sistemi di permanenze, con particolare attenzione per la rete degli insediamenti storici e per le trame della bonifica, in parte latenti, offuscate o cancellate dagli sviluppi urbanistici diffusi degli ultimi decenni;

c, i sistemi di relazioni, che legano fortemente la pianura, ed in particolare i principali canali di fruizione, alle emergenze naturali e paesistiche dei colli;

d, le morfologie insediative esistenti e le tendenze di sviluppo in atto, più o meno assecondate o promosse dai piani locali, con particolare riferimento alle periferie, ai margini urbani da riqualificare, agli insediamenti diffusi di tipo arteriale, alle lottizzazioni e alle zone di espansione isolate cresciute spontaneamente o su progetto unitario.

D’altra parte la legge istitutiva del Parco delega ai Comuni 1’ordinamento dell’attività edilizia nelle zone UC, attribuendo alla competenza del PA la delimitazione delle stesse, nonché gli indirizzi cui gli strumenti urbanistici locali devono adeguarsi in ordine a tutele o interventi di valorizzazione di interesse del Parco. Il PA fornisce quindi un quadro di riferimento per la pianificazione locale, in relazione alle valenze di maggiore interesse per il Parco, pur lasciando spazio alle scelte dei comuni in ordine allo sviluppo urbano secondo i seguenti criteri:

Altro problema di notevole importanza concerne la tutela e la valorizzazione dei centri storici ed in genere delle strutture insediative di interesse storico-culturale. A questo proposito non si può infatti evitare di notare che la disciplina dei centri storici e la loro stessa delimitazione è del tutto disomogenea e per più aspetti inadeguata ad assicurare quella speciale tutela che il PA persegue. Gli studi effettuati hanno messo in luce numerose esigenze di verifica e ridefinizione (ad esempio per Monselice, Torreglia, Galzignano) che dovranno trovare risposta nell’adeguamento degli strumenti urbanistici. In generale sembra opportuna una considerazione meno riduttiva delle compagini d'interesse storico-culturale, che tenga conto delle fasce edificate anche recenti e soprattutto delle pertinenze agricole, inscindibilmente ad esse legate sotto il profilo storico, strutturale o paesistico. A tal fine, il PA fissa i criteri da seguire, in sede di formazione od adeguamento degli strumenti urbanistici, nel riconoscimento, nella delimitazione e nella disciplina dei centri storici e delle strutture aggregative minori, evidenziando inoltre, in via cautelativa, gli ambiti da salvaguardare da possibili compromissioni in carenza di idonee prescrizioni degli strumenti urbanistici.

Un ulteriore problema che assume, nel caso dei Colli, interesse generale, e quello che riguarda gli sviluppi legati al termalismo, che hanno comportato e potrebbero, se non rigorosamente controllati, comportare alcune gravi compromissioni nelle zone di frangia, tra insediamenti urbani e Colli. Va in proposito ricordato che lo sfruttamento della risorsa termale è regolato dalla legislazione specifica (LR 40/1989) e dal Piano di utilizzo delle risorse termali, il PURT, che stabilisce tra 1’altro, il dimensionamento complessivo massimo delle attrezzature turistico-ricettive ammissibili in ciascun Comune. Il PA, che ai sensi della legge istitutiva (art.6) sostituisce le prescrizioni del PURT in materia ambientale ed urbanistica, stabilisce alcuni criteri di ammissibilità di tali localizzazioni. Essi sono definiti anche alla luce del generale ripensamento dell’intero settore turistico, promosso dalle stesse associazioni di categoria e suggerito dalla crisi che da qualche tempo lo ha investito, in considerazione delle sue probabili cause strutturali e del ruolo del Parco come fattore di potenziale riqualificazione dell’offerta turistica euganea. Pertanto il PA esprime direttive per la pianificazione locale delle attrezzature termali: introducendo 1’esigenza di verificarne la fattibilità e il pubblico interesse dal punto di vista economico e dell’impatto complessivo, limitando le interferenze dei complessi termali con le esigenze di tutela ambientale con particolare riferimento alle invarianze, ai sistemi di permanenze ed ai sistemi di relazioni sopra richiamati, definendo i criteri localizzativi e tipologici, le connessioni con il sistema insediativo e le misure di mitigazione relative agli insediamenti previsti nel territorio del Parco, con riferimento specifico ai siti e al rinvio, per i nuovi insediamenti, a specifici progetti attuativi.

AREE PROBLEMA E TENDENZE CRITICHE.

I problemi di raccordo tra PA e piani locali investono un certo numero di aree collocate nella fascia di bordo del Parco. In qualche caso i problemi di coordinamento e di armonizzazione delle previsioni urbanistiche con le esigenze funzionali, fruitive e conservative del Parco investono una pluralità di situazioni fra loro assai prossime ed interagenti, configurando cosi la necessità di organiche riprogettazioni estese ad ambiti relativamente ampi. In tali "aree problema" è quindi necessario definire e sviluppare gli indirizzi di riordino urbanistico ed ambientale del PA considerando unitariamente ipotesi insediative ed infrastrutturali di varia natura e di varie destinazioni, competenti a diversi soggetti pubblici. Ai fini della definizione di tali indirizzi assumono particolare importanza le linee di riferimento già sopra richiamate, riguardanti le grandi connotazioni ed invarianze geomorfologiche, i sistemi di permanenze ed i sistemi di relazione, che, in generale, suggeriscono una sostanziale riduzione dell’occupazione di suolo agricolo a fini urbani.

Si individuano a questo proposito una serie di zone di particolare interesse:

a, 1’area all’imbocco della piana tra Torreglia e la conurbazione Abano-Montegrotto, nella quale un insieme di insediamenti ed interventi infrastrutturali previsti ed in corso di attuazione, potrebbero saturare le aree a ridosso del Monte di San Daniele pregiudicando tra 1’altro la formazione di uno dei due Atri del Parco, determinante per il sistema di fruizione del Parco; b, 1’area a Nord di Monselice comprendente anche la Rocca, nella quale si presentano problemi di degrado urbanistico ed ambientale, che non sembrano adeguatamente considerati negli strumenti urbanistici, anche in relazione alla proposta di collocarvi una importante Porta del Parco; c, 1’area a ponente di Este compresa tra il nodo idraulico di Sostegno e 1’asse della via Augustea, nella quale si profilano problemi viabilistici e di altra natura che potrebbero comportare rischi per 1’assetto paesistico e per la funzionalità del varco di ingresso al Parco ivi proposto.

Le aree problema evidenziate sono trattate all’interno di specifici Progetti integrati che definiscono le linee generali degli interventi di interesse del Parco. Oltre a tali aree complesse, emergono dalle verifiche operate una serie di situazioni critiche determinate da tendenze urbanizzative che appare opportuno contenere o quanto meno modificare. Esse riguardano alcune previsioni viabilistiche ed alcune operazioni di trasformazione di aree agricole a fini turistici, alberghieri, produttivi e commerciali, abitativi e sportivo-ricreativi. Si evidenziano in particolare alcune rischiose interferenze con il sistema degli accessi e delle direttrici di fruizione, che, di norma, il PA tende ad affrontare con appositi progetti attuativi.

 

PROGETI PER IL PIANO DEI COLLI EUGANEI.

Il territorio dei Colli Euganei è stato sottoposto ad una consolidata rete di vincoli di protezione ambientale e paesaggistica, che nella prospettive del Parco rappresentavano la premessa in grado di garantire nella sostanza la corretta applicazione dei vincoli esistenti.

Il problema che si doveva affrontare era quello di riuscire ad estendere una politica di protezione verso le zone di pianura limitrofe ai Colli; zone spesso di non minore importanza storico-ambientale di quelle collinari, ma sguarnite di ogni difesa e sottoposte a una crescente pressione distruttiva.

Questo tipo di impostazione aveva assunto sempre più importanza, a causa della crescente intensità e rapidità con cui la marea di cemento e di asfalto dilagava ai piedi dei Colli.

In questo modo si sarebbe cercato di far accettare alla popolazione dei Colli, i vincoli esistenti in modo da avere la forza per estenderli a zone pedecollinari più ampie, destinate altrimenti, in tempi rapidi, a una irreversibile compromissione.

Si era di fronte ad obiettivi realisticamente non facili da raggiungere, in seguito anche alla psicosi contraria ai vincoli che si era andata diffondendo tra la gente dei Colli.

Una delle armi, non l’unica, ma certo una tra le più efficaci, che il Parco aveva a disposizione per tentare di ottenere dei successi in questa battaglia, era costituita dall’enorme potenzialità che avrebbe potuto avere una efficiente gestione del patrimonio ambientale e culturale di cui è straordinariamente ricca tutta la zona.

Una incisiva politica in grado di coinvolgere tutti quei settori più vicini alla popolazione avrebbe potuto trascinare la gente verso un’adesione convinta alla politica del Parco.

Punto di partenza, per impostare questa politica non si poteva non considerare una constatazione assai importante: tra la gente c’era un diffuso e crescente interesse verso i beni ambientali e culturali, una forte curiosità a conoscerli e una altrettanto forte a goderli. Questa idea spesso non trovava alcuna risposta adeguata, per cui veniva spesso spenta e mortificata lasciando così lo spazio per deviarla e mistificarla, indirizzandola, al più verso iniziative nelle quali prevalevano convergenti esigenze commerciali e vuoto consumismo.

Sarebbe stato necessario quindi saper approfittare della straordinaria occasione che si presentava per trarne i più consistenti vantaggi.

Il progetto avrebbe dovuto tradurre operativamente queste proposte, rivolgendo il lavoro soprattutto in due direzioni:

              1. Nella delineazione di un piano che avesse nel complesso una sua coerente unitarietà attorno a una idea-guida di Parco;
              2. Nel tenere contemporaneamente agganciato, questo piano, nel modo più stretto, nell’insieme e nelle singole parti, a una realistica fattibilità.

Il piano si basava:

da una parte sulla proposta di un centro operativo che funzionasse culturalmente e organizzativamente da motore del Parco;

dall’altra di tutta una rete di centri di richiamo, assai diversificati per tema trattato, in un percorso di estrema suggestione insieme culturale e turistico-creativa, un circuito che ponesse veramente i beni culturali al centro di un grande progetto di riscoperta e di riapprovazione collettiva.

Tale impostazione consentiva tra l’altro di attivare l’attenzione in modo specifico, verso singoli centri.

Andava profilandosi infatti come una delle caratteristiche più peculiari dei Colli, la presentazione di un ambiente in cui gli aspetti naturalistici, in generale, non si imponevano di per se stessi come elementi di straordinaria originalità, ma trovano espressione nella loro varietà e nel loro continuo rivelare, sotto i più svariati aspetti, le modificazioni e gli adattamenti subiti ad opera dell’uomo nelle epoche storiche passate.

Questa esaltazione della complessità del paesaggio euganeo, della varietà dei motivi che lo compongono, non poteva non seguire, coerentemente, una politica che si proponesse di valorizzare questi motivi, a prescindere da confini più o meno burocratici che potevano delimitare il "parco". Sarebbe stato assurdo che proprio il "parco" avesse rappresentato una frattura col territorio circostante, una specie di arretramento, invece che un avanzamento, della linea di difesa di tale territorio.

Questa impostazione trovava continui riscontri soprattutto nelle proposte di organizzazione di ciascun centro, ma poi anche in pressoché tutte le iniziative collegate.

Il guardare oltre la stretta cerchia collettiva poteva dare un contributo essenziale anche in un’altra direzione:

Obiettivo questo, che poteva essere perseguito più, con una convincente politica di proposte, che non con una imposizione di vincoli e restrizioni, che comunque, in modo accorto e mirato, non potevano certo mancare.

Il Parco visto come "polmone verde" della città, era una teoria che si era sviluppata su premesse doppiamente aberranti:

una su tutte l’idea di far vivere i cittadini in agglomerati urbani senza polmoni, nei quali i Colli avrebbero costituito l’unica valvola di sfogo.

Per il Parco venivano prospettati due compiti essenziali:

La maggior parte delle idee e delle iniziative proposte, non aveva assolutamente il pregio dell’originalità: volevano anzi porre continuamente al centro dell’attenzione un territorio su cui lavorare che era già stato preparato.

Nel settore dei beni culturali sarebbe valsa la pena fare una presentazione di altri progetti ai quali destinare seri investimenti. Quest’ultimi avrebbero potuto innescare direttamente e indirettamente interessanti ricadute anche sul piano economico-occupazionale.

Al centro dell’attenzione si sarebbe posto il problema del rapporto tra servizio offerto e relativi costi, problema che non poteva trovare adeguata soluzione rincorrendo solo a forme di sostegno di tipo assistenziale.

Al contrario la non gratuità obbligava chi forniva il servizio a una assunzione di responsabilità, alla ricerca del consenso basata sulla qualità, a una costante tensione operativa; obbligava d’altra parte chi utilizzava il servizio a un maggiore rispetto dei beni visitati e a una partecipazione più critica e consapevole alla loro tutela.

Se aveva un senso, in definitiva, aver istituito un Parco come quello dei Colli Euganei, lo aveva, in fondo, proprio in questi termini: bisognava offrire l’occasione per dimostrare con i progetti, cioè con i fatti, che i beni culturali e ambientali potevano rappresentare sul serio l’occasione, come singoli e come comunità, per un arricchimento, insieme materiale e culturale.

L’unica, o comunque la più consistente DIFFICOLTA’ da superare, era costituita dal doversi liberare da quella mentalità che aveva indotto ormai da troppo tempo a privilegiare piccoli e grandi affari, in una logica di assalto al vantaggio immediato, lasciando i beni culturali a una gestione distratta e improduttiva, spesso ancorata a sterili campanilismi e non esente per ogni carica così come per ogni incarico da assegnare, dal ricorso alla degradante pratica della lottizzazione tra partiti o, peggio ancora, tra correnti di partito. Questo sistema aveva finito col creare, anche in questo settore, una paralizzante ragnatela di ostacoli burocratici.

 

PROGETTI TEMATICI.

Progetto cave: nell’ambito delle indicazioni del PA il progetto ha il compito di sviluppare delle risposte ai problemi legati alle attività estrattive in atto e pregresse su tutti i siti indicati dal piano stesso dando indicazioni per gli interventi di chiusura delle attività ritenute incompatibili per la prosecuzione delle sole attività ammesse e per il recupero ambientale dei siti dismessi.

Il progetto prevede, in oltre, che ci siano delle sedute di concertazione dei vari soggetti coinvolti alla fine di precisare le azioni di recupero da promuovere nell’ambito dei programmi biennali di attuazione e dei progetti d’intervento presentati dai privati.

Progetto antenne: il progetto antenne si propone di limitare l’impatto ambientale degli impianti di emittenza radiotelevisiva attraverso l’individuazione di tre siti dove consentire in via transitoria la localizzazione o la rilocalizzazione degli stessi.

Il progetto definisce i tempi e i modi per il raggruppamento degli attuali e previsti impianti, dando indicazioni sulle misure da prendere per la tutela della salute pubblica in modo da minimizzare il rischio di esposizioni ai campi elettromagnetici nocivi (cem).

Progetto agricoltura: il progetto si occupa di attività connesse alla valorizzazione delle risorse agricole nel territorio del parco e nelle zone limitrofe.

Si occupa di sostenere le pratiche culturali coerenti con l’esigenza di tutela paesistica ed ambientale, assistenza tecnica e la promozione e commercializzazione dei prodotti.

Progetto agriturismo: il progetto concerne le azioni e gli interventi per la valorizzazione dell’attività agrituristica all’interno del parco. È rivolto sia alle aziende già operanti, sia a quante avendo i requisiti vogliono intraprendere tale attività.

Progetto boschi: il progetto si propone di conservare, mantenere e qualificare il patrimonio boschivo del parco. Esso concreta le azioni su tre aree tematiche: il ripristino delle funzionalità biologiche, la lotte agli incendi boschivi e il recupero della biomassa vegetale.

Progetto flora e fauna: il progetto si occupa della conservazione attiva di tutte le specie erbacee ed arbustive, nonché delle specie animali che hanno diffusione naturale e spontanea nel territorio del parco. Il progetto si articola nelle seguenti quattro aree tematiche: gestione faunistica, lotta all’erosione genetica, protezione della flora e orti botanici, fruizione naturalistica sulla formazione dei percorsi.

 

Progetto animazione: il progetto si propone di realizzare un centro di animazione in grado di coordinare tutte le azioni atte a stimolare guidare e qualificare la fruizione, e la comprensione in termini scientifici delle risorse presenti nel parco.

Il progetto dovrà mirare alla predisposizione delle strutture organizzative e fisiche da realizzare a tal fine.

Progetto percorsi: il PA individua il sistema dei percorsi e dei servizi ad essi connessi precisando le modalità di esecuzione degli interventi e della fruizione. Il progetto deve occuparsi di effettuare verifiche di fattibilità che dovranno basarsi su di una analisi valutativa delle infrastrutture di supporto e dei servizi esistenti, nonché dei flussi attuali e potenziali.

Progetto centri storici ed edilizia rurale: il progetto riguarda le azioni e gli interventi per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio insediativo storico del parco.

Il progetto contiene la delimitazione dei centri e dei nuclei, censimento e catalogazione degli edifici e dei manufatti, criteri di tutela di recupero e di riuso, riqualificazione degli spazi di relazione e l’individuazione delle priorità di intervento.

Progetto ville: il progetto riguarda il sistema delle ville riguardanti la conservazione e la valorizzazione del sistema delle ville venete. Il recupero e il restauro delle pertinenze architettoniche del verde e delle pertinenze a parco.

Progetto museo: il progetto concerne le azioni fattibili per integrare il parco in un sistema museale aperto a livello europeo, visto che l’area racchiude in se un rilevante patrimonio di beni di interesse museale dal punto di vista naturalistico, geologico, storico, e archeologico di notevole livello.

Il progetto è concepito come un sistema unitario di rappresentazione e integrazione e conoscenze comprendenti sia i musei esistenti da valorizzare sia quelli in via di costruzione o da costruire, sia ancora altri centri di documentazione tematici, quali quelli relativi al termalismo, alle ville venete, e all’archeologia industriale.

 
 

Fig. 48 Progetti tematici

 

PROGETTI INTEGRATI.

I progetti integrati si riferiscono a sei aree di particolare interesse per la formazione degli atrii e delle porte o di attrezzature per il parco, in situazioni particolarmente critiche dal punto di vista paesistico-ambientale e/o urbanistico.

Villa Lugli (Treponti);

Atrio, Villa Draghi, Monte S. Daniele (Abano-Montegrotto);

Nodi d’acqua e di terra (Battaglia);

La Cava Costa (Arquà Petrarca);

La Rocca di Monselice;

Atrio con Porta di Torre, e Ca’ Borin (Este)

PROGETTI DI INTERVENTO UNITARIO.

I progetti di intervento unitario si riferiscono ad ambiti ove il piano ambientale prevede che l’attuazione degli interventi sia coordinata da forma di progettazione operativa al fine di garantire l’unitarietà e la realizzazione del progetto stesso. L’ente parco suddivide gli interventi in :

valorizzazione di siti per la fruizione del parco,

recupero e riuso di siti estrattivi ed altre aree di riconversione

complessi ricettivo-termali.

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